Ale, il giornalista non nerd

Ho conosciuto Alessandro Di Stefano seguendo il Live Show di Mario Moroni; un appuntamento che per diversi motivi non riesco più a seguire.

Alessandro è una bella persona, pacata, competente; da quando lo conosco (purtroppo solo on-line!) ci seguiamo e ci in-seguiamo.

Visto che la stima è reciproca e che anche lui ha un lavoro gli ho proposto di raccontarsi ed è nato questo articolo che finirà fra le mie Storie di Lavoro Narrato.

Così eccoci qui.

Alessandro ha una newsletter settimanale che ogni volta si apre così:

“Benvenuti nella puntata … (siamo ormai alla 69) di Non sono nerd, la newsletter scritta da uno che, appunto, nerd non è. Sono Alessandro Di Stefano, ho 31 anni, e faccio il giornalista. Dal 2020 vi racconto il mio lavoro, raccogliendo settimana dopo settimana quel che faccio: copro l’attualità tech, con articoli, interviste e moderazioni.”

Ok. Le mie prime due domande trovano risposta in questa piccola bio-introduzione. Qui c’è il suo lavoro, raccontato in poche righe.

Ma ad Ale ho chiesto anche altro.

Ciao Ale. Fin qui la “sostanza”. Però, della tua comunicazione, apprezzo anche la “forma”. Sei molto chiaro e semplice. Anche per questo mi piaci.
Credo sia una dote, un talento. Tu che ne pensi?

Anzitutto ti ringrazio. È bello pensare che la personalità emerga dallo scritto e non solo. La chiarezza è qualcosa a cui bisogna sempre tendere. Non è mai data per raggiunta, credo. Mai dare per scontato nulla. È la massima per rispettare il lettore. E in generale vale per la vita. Non penso di aver un talento nella chiarezza, ma da quasi un anno faccio un corso di teatro per conoscere di più la mia voce. Lo consiglio a tutti.

“Non sono nerd” è la tua newsletter. Fatta molto bene.
Anche nel mio lavoro qualcuno viene a cercare i “nerd”, che sono per lo più i miei colleghi che fanno gli informatici veri, io sono prestata alla burocrazia e non disdegno i social.
Credo che se si usano bene si possa trarne vantaggio. Oltre all’IoT io penso che esista anche l’IoP, l’Internet delle persone, che ti mette in contatto con persone sconosciute sul piano reale ma non per questo meno vere. Questo articolo ne è un esempio.

Una domanda “nerd” e quasi obbligatoria in questi giorni va fatta: ho iniziato a leggere Startupitalia per cercare i tuoi articoli. Posso tirare a indovinare? Nella prossima puntata di “Non sono nerd” troveremo 2 protagonisti: Elon Musk e Ale Di Stefano (se mi va bene questo articolo vedrà la luce in tempo utile….)

Pensi bene. Seguo le vicende e la storia di Elon Musk da un pezzo. Credo sia un pozzo di contenuti per chi scrive di innovazione. È uno imprevedibile. Va preso per quello che è: geniale e senza freni. Ma se devo essere sincero non mi fa paura.

Scorrendo fra i tuoi social e articoli, di tanto in tanto vedo immagini di Giffoni. Io lo associo a due cose: il Giffoni Film Festival e le nocciole IGP che uso per fare i biscotti. Tu cosa ci trovi?

Sono di ritorno da Giffoni proprio oggi. Ho iniziato a collaborare nel 2020 con il Giffoni Innovation Hub. Mi hanno chiamato per moderare 10 giorni di masterclass. Immaginati me che mai avevo preso in mano un microfono parlare di fronte a 70 ventenni e interfacciarmi con ministri e pezzi grossi. È stata l’esperienza più bella finora. E l’avventura continua.

Chiudo con la mia domanda di rito. Come ti definiresti oggi? 

Forse tu intendi lavorativamente parlando. In realtà oggi come oggi ho solo la gioia nel cuore perché a fine giugno mi sposo. Ecco cosa mi definisce oggi 😍

Wow, che bello! Questa era una domanda di carattere generale. Sono contenta quando le persone sono gioiose; non posso che essere felice anche io per loro.
Grazie. Grazie per aver raccontato un po’ di te.
È stato davvero un piacere raccontare un po’ il tuo lavoro, nella giornata del Lavoro Narrato.


E non vogliamo parlare dei tuoi occhiali?

Gli occhiali di Ale

Da poco seguo Ale su Instagram, e lì ogni tanto pubblica i video divulgativi che mette su TikTok. Quello che salta all’occhio sono i suoi occhiali, non perché siano particolarmente vistosi, anzi. Però credo che diano un tono, nella loro semplicità, ad Ale.

Caro lettore, lascio qui il link per iscriverti a “Non sono nerd”, la newsletter di Alessandro, che esce in formato testo e con i contenuti in podcast, se lo vuoi semplicemente ascoltare:

https://nonsononerd.substack.com/

O altrimenti cerca “Alessandro Di Stefano” su Facebook, LinkedIn, Intagram e altri social.

L’agendina delle connessioni generose

Oggi rubo una piccola storia di vita al mio amico Andrea Pietrini, per raccontare ancora una volta quanto siano importanti le relazioni, gli amici e una piccola agendina, che ancora oggi Andrea conserva.

Grazie per questo bel regalo che parla di lavoro e ripartenza!


Tutto cominciò da qui…
All’inizio era la mia agenda dei “TO DO” come #CFO di Terasystem.

Le ultime annotazioni:

  • “Rivedere policy auto”
  • “Terminare relazione sulla gestione”
  • “Analisi Fidejussioni e Patronage”

Poi il vuoto… tante pagine bianche…

Verso la metà, come a segnare una netta cesura tra due periodi della mia vita, una lista di 102 nomi: alcuni scritti con mano sicura, altri più incerta, alcuni con nome e cognome, altri con solo il nome, alcuni spuntati, altri cancellati… tutto a matita.

Erano le persone che pensavo mi avrebbero potuto aiutare a ricostruire una vita nuova. La mia prima esperienza di #networking che avrebbe portato a YOURgroup.

Se riguardo i nomi, vedo alcuni che mi sono ancora vicini (la grande maggioranza), altri quasi completamente dimenticati… forse contatti di 11 anni fa che non ebbi la forza o il coraggio di disturbare.

Dovendo rifare l’agendina adesso, forse non mi basterebbero tre volumi, però allora era il mio “patrimonio relazionale”: 102 persone con cui avevo avuto rapporti professionali in 15 anni circa di carriera che reputavo potessero darmi una mano “a risollevarmi” dopo la caduta.

Guardo il libretto con simpatia e nostalgia: è logoro, ma lo tengo sempre sulla scrivania per ricordarmi che non tutto il male viene per nuocere e che se ti sei comportato bene, da poco più di 100 contatti, di cui forse solo il 50% “attivati”, puoi cambiare la tua vita in meglio, anche nei momenti i cui sembra invece più buia…


Grazie Andrea! Il mio consiglio spassionato?

Seguite Andrea, soprattutto su LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/andreapietrini/

Sapere e non sapere

Riprendo una vecchia riflessione di qualche anno fa su questi due concetti. Intersecando due parole nascono quattro pensieri che possono dar vita ad altrettante parole.
Sono sicura di aver già letto qualcosa in merito in uno o più libri. Ma oggi ti voglio lasciare i miei pensieri.

Sapere di sapere

È la condizione bella e positiva del nostro “bagaglio personale”. Costruito in seno alla famiglia, poi con la scuola, gli amici, le nostre passioni e i nostri interessi. È il nostro “io sono”. Tutto quello che siamo è frutto del sapere immagazzinato negli anni, ed è in continua evoluzione. Il nostro “essere”, che ci permette di dare testimonianza con la nostra vita di idee, fede, convinzioni per metterle al servizio degli altri.

Sapere di non sapere

Un’altra condizione a cui tutti dovremmo prestare attenzione: la “consapevolezza” che c’è sempre qualcosa a noi sconosciuto; è il terreno della nostra “ignoranza”, cioè delle cose che ignoriamo perché non è materia di nostra competenza o nessuno ancora ce lo ha spiegato. Se però vogliamo allargare l’orizzonte della nostra conoscenza, restringeremo un po’ il terreno dell’ignoranza. In questa condizione c’è spazio per la sperimentazione.

Non sapere di sapere

Questo è lo spazio della genialità, dell’intuito, dell’inconscio. Lo spazio forse anche dei sentimenti. Come nel nostro corpo abbiamo muscoli governati dal cervello (le mani per scrivere o per aprire una porta, le gambe per camminare), così abbiamo un muscolo che non ha bisogno di alcun impulso razionale. Si chiama cuore.

Non sapere di non sapere

Delle quattro intersezioni è – a mio avviso – la condizione più negativa. Chi sono quelli che non sanno di non sapere? Sono quelli che parlano a vanvera, quelli che commentano qualcosa senza conoscere bene la materia. Io, nel dubbio, mi astengo.


Spero di aver dato alcuni spunti di riflessione su questi due atteggiamenti e sulle loro intersezioni.

Beatrice, la scuola il lavoro ben fatto

Scrivo questo post dopo aver letto un piccolo articolo della brava Beatrice Cristalli, una nuova conoscenza che ha incrociato il mio cammino grazie al libro “Ero un bullo” di Andrea Franzoso.

L’articolo è pubblicato sul sito Focus Scuola, lo puoi leggere qui:


Beatrice lavora per e con gli insegnanti, affrontando temi vicini ai ragazzi come il bullismo, ed è molto brava a prestare attenzione alle parole.
In questo articolo offre degli spunti per creare percorsi di lavoro pensati per gli adolescenti a scuola.

Prendo dal suo testo due domande che stanno verso il fondo e provo a darne una lettura adulta, calata nella mia esperienza di vita.

Perché le persone appassionate sono così magnetiche?

Credo che la forza di attrazione di alcune persone risieda proprio nella “passione” per le cose che fanno o in cui credono. Tanto da renderle evidenti nel loro modo di approcciarsi alla vita e agli altri.
Beatrice cita alcune persone del libro che hanno avuto un ruolo importante nella incredibile storia di Daniel. Ne prendo due, associando ad ognuna una citazione, vicina anche al mio ruolo di catechista.

“Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole!”

Questa frase è di San Francesco d’Assisi, vissuto nel 1200. Ai suoi frati rivolgeva questa frase quando li mandava a predicare.
Io ci vedo don Claudio. Non tanto per il suo essere prete, quanto per il non aver parlato di Dio a Daniel, piuttosto mostrando il messaggio cristiano dell’accoglienza e del non giudicare a priori una persona. Il motto della sua comunità: “Non esistono ragazzi cattivi” meriterebbe una riflessione più profonda a parte.

E poi c’è stata Fiorella, la volontaria del carcere, ex insegnante ed educatrice. Ricorro anche in questo caso a una citazione che sento molto vicina a me, nonostante io non lavori a scuola.

“Educare è più difficile che insegnare; perché per insegnare basta sapere,
mentre per educare bisogna essere”.

In entrambi i casi quello che emerge è il senso forte della testimonianza
Per essere persone autorevoli e credibili dobbiamo dimostrare con il nostro modo di vivere che davvero ci crediamo in una cosa: che sia la fede cristiana piuttosto che la passione per l’insegnamento delle materie scolastiche. Oppure altro.
Non è sempre facile. E quando ci si riesce allora sì che si diventa persone “attraenti”.


In cosa consiste un “lavoro ben fatto”?

Il brigadiere Stara. A lui Andrea attribuisce il concetto di “lavoro ben fatto”. Quando l’ho letto ho sorriso, perché il lavoro ben fatto è parte della mia vita.

Se volessi cavarmela facilmente, potrei rimandarti alla sezione del mio blog che parla del “Lavoro Ben Fatto”, ma preferisco darti la motivazione del perché ho un’intera sezione dedicata e perché mi piace così tanto.

Fare bene le cose per me è una cosa naturale: vuol dire metterci impegno, dedizione e spenderci qualche minuto in più, usando la testa (il nostro sapere), le mani (il nostro saper fare) e il cuore (la passione per ciò che si fa). Perché – in fin dei conti – un lavoro fatto male poi va rifatto… tempo e mezzi sprecati per una cosa da buttare! 

Poi, nel maggio del 2020, ho ascoltato una lunga intervista a un sociologo che di nome fa Vincenzo e di cognome Moretti che ha scritto il libro del Lavoro Ben Fatto, e il suo Manifesto. Quest’uomo ha dato forma e valore a quello che vado facendo da una vita: fare bene le cose è bello, è giusto, ha senso e conviene. 

Ora sì, se ti va, puoi consultare la sezione del Lavoro Ben Fatto del mio blog.


Caro lettore, spero di averti dato qualche spunto di riflessione interessante.
Con Beatrice ci siamo conosciute da poco grazie a questo magnifico strumento che amo definire “Internet delle persone”. Spero presto di tornare a parlare di lei e del suo lavoro ben fatto.

Caciocavallo Impiccato: il fast food medioevale

Questa è proprio bella. Com’è sta storia? Un fast food… medioevale?

Ho letto questa definizione qualche tempo fa in un post del mio amico Saverio Mancino, ideatore del brand tutto lucano “Caciocavalloimpiccato”, che ripropone in chiave moderna una tradizione antica.

Ho seguito Saverio dalla nascita di questa sua attività che è riuscito ad esportare in giro per il mondo.

L’ultima intervista fatta a Saverio sul suo Caciocavalloimpiccato risale a fine 2019; forse è giunto il momento di aggiornarmi e aggiornarti sulle ultime gustose novità che sta mettendo… in tavola!

Saverio è un caro amico che quando si mette in testa una cosa fa di tutto per realizzarla bene. Il suo è a tutti gli effetti un lavoro ben fatto. Credo che quello che ha creato insieme ai suoi collaboratori, ed ora con questa nuova uscita, sia una storia che meriti di essere raccontata.

La nascita del brand Caciocavalloimpiccato – come lo conosciamo oggi – si fonde (è proprio il caso di dirlo) con la storia personale di Saverio.
Sul sito Caciocavalloimpiccato.net è raccontata la storia semplice e meravigliosa di questo mio amico lucano, tanto legato alla sua terra da aver ripreso una tradizione che affonda le radici in un tempo antico ma ancora oggi vive in quei territori.

Già nella prima pubblicazione del sito, era scritto questo piccolo testo: 

LA STORIA DI SAVERIO MANCINO
Fin da quando ero piccolo ho sempre avuto un amore particolare per la festa del mio paese.
A Pignola, in Basilicata, la tradizione vuole che amici, parenti e compaesani si riversino in piazza per vivere insieme momenti di gioia e convivialità. Il padrone della festa è sempre stato lui, il Caciocavallo Impiccato!
Ricordo che noi bambini ci divertivamo ad aiutare i grandi ad appiccare il fuoco fino a quando, una volta acceso, la folla iniziava ad urlare in coro: “Impiccalo, impiccalo…”. A quel punto il più anziano del gruppo procedeva lentamente verso la brace con in mano una testa di Caciocavallo pronta per il patibolo.
Incantato, rimanevo a guardare il formaggio sciogliersi fino a quando non cedeva alla lama affilata dell’anziano, che con facile destrezza lo spalmava su una fetta di pane appena abbrustolito. I bambini, per fortuna, erano i primi ad averne una fetta.
Quel sapore non ha eguali nella mia memoria.
Ora vivo con la mia famiglia nella città più bella del mondo, Roma.
Non posso più partecipare a quei momenti di convivialità e sentire i sapori tipici della mia terra.
Mi è venuta un po’ di nostalgia.
Per questo, qualche anno fa, sono tornato a celebrare quest’antico rito in occasione di cene e feste con gli amici più cari.

Sono stati loro, scherzando, a propormi di portare questa tradizione in tutto il mondo. Io li ho presi sul serio.
Ho alzato il mio bicchiere di vino davanti alla brace e ho risposto: “Impicchiamolo!”


Di Saverio e del Caciocavalloimpiccato ho scritto molto in passato. Così, in occasione delle Storie del Lavoro Narrato, ho chiesto a lui di spiegarmi cosa si è inventato questa volta.
Seguiteci e scoprirete storie meravigliose…

Mettetevi comodi e godetevi lo spettacolo!


Sil.: Ciao Saverio! Quanto tempo… nonostante il forzato “fermo” degli eventi seguo sempre con interesse le tue attività con Caciocavalloimpiccato. Ti avevo lasciato con il carrello per i ristoranti e un progetto di food truck. A gennaio mi hai pubblicato un post dove lanciavi il “fast food medioevale”. Non è una definizione contraddittoria? Il fast food è roba dei giorni nostri, il medioevo invece è un periodo storico che di “fast” aveva ben poco. Come hai conciliato queste due definizioni?

Sav. : Ciao Silva, grazie innanzitutto per l’attenzione che dai sempre a questo nostro fantastico progetto, divenuto attività da 4 anni ormai. 
Fast Food perché è veloce da preparare ma nonostante la velocità, il nostro Food è sempre parte integrante della convivialità! Medievale perché le ricette sono MOLTO antiche, basti pensare al Caciocavalloimpiccato stesso che è parte della storia culinaria delle nostre terre Lucane e alle altre ricette come le zuppe di fagioli, di baccalà e di cereali che introdurremo man mano.

Vediamo un po’ se ho buona memoria: faccio una breve carrellata di quel che hai realizzato in questi 4 anni, per chi magari sta scoprendo per la prima volta Saverio e il suo Caciocavallo.
Dopo aver realizzato l’asta brevettata per “impiccare” il tuo Caciocavallo (che viene riposta in una sacca realizzata dalle donne di “Made in carcere”… pure agli aspetti solidali pensa Saverio!), hai girato in lungo e in largo la tua terra di Lucania per trovare i migliori prodotti per realizzare una bruschetta gourmet; successivamente hai partecipato a Rimini ad una fiera dove hai vinto il primo premio come miglior “panino gourmet”, che ti ha valso la partecipazione ad un’importante fiera a Las Vegas. Nel frattempo il tuo Caciocavallo è stato impiccato all’ambasciata italiana di Stoccolma e hai stretto collaborazioni in diversi Paesi d’Europa. Il carrello per i ristoranti – realizzato, indovinate? – in Basilicata – ha riscosso un buon successo. E nel frattempo tra sagre ed eventi sei riuscito a coinvolgere anche un piccolo gruppo di giovani.
Ma alla fine il tuo cuore e i tuoi progetti tornano sempre là, nella tua amata terra.

Ho sbirciato sul portale di Caciocavalloimpiccato i “taglieri lucani”: se dei prodotti conosco la passione che hai per la ricerca delle specialità della tua terra d’origine, mi incuriosiscono invece i nomi: Crocco, Ninco Nanco, Caruso, solo per citarne alcuni. Ma sono persone o fantasia?

Sav. : Come dicevo prima, stiamo man mano introducendo altri food box nel nostro Ecommerce con ricette e prodotti che “anticipano” il menù che proporremo nel primo Fast Food Medievale appunto, e tra questi “I Taglieri Lucani” a cui abbiamo dato i nomi dei Briganti Lucani per rievocare il passato di questi UOMINI e DONNE che venivano chiamati tali perché lottavano contro gli usurpatori per difendere la loro Terra! Terra che donava loro, che erano soprattutto Pastori, Contadini, Boscaioli e Artigiani, prodotti e ingredienti dei cibi di cui si nutrivano. Ovviamente immaginerai che attenta ricerca sui prodotti abbiamo fatto, non solo dei fornitori ma anche sulla storia e sulla territorialità, come siamo soliti fare! 

Eh già. Conosco abbastanza bene Saverio per assicurarti, caro lettore, che Caciocavalloimpiccato e tutto quello che troverai insieme è assolutamente “Made in Lucania”. E c’è davvero di tutto: formaggio, salumi, miele, vino, birra e tanto altro.

Ecco qua una piccola carrellata di questi nuovi prodotti:

Non so a te, ma a me è quasi venuta fame.  

Se ti va, facci un giro sul sito di Caciocavalloimpiccato, o sui suoi canali social:
web: Caciocavalloimpiccato.net (ci troverai l’ecommerce di tutti i prodotti);
Facebook: https://www.facebook.com/cimpiccato/
IG: https://www.instagram.com/caciocavalloimpiccato/
Troverai tutte le informazioni per acquistare i prodotti, e i contatti se vuoi chiedere informazioni.

Spero di aver raccontato ai miei lettori una storia di lavoro bella e ricca di significato.
Grazie infinite Saverio.

Sav.: Grazie ancora Silva!


materiale fotografico gentilmente concesso da Saverio Mancino, direttamente dal brand Caciocavalloimpiccato