Dello spazio vuoto

Così voglio continuare le mie riflessioni, mentre guardo e riguardo la mia storia.

Se c’è una cosa alla quale anche Scritte non si è sottratta (in alcuni casi sì), è la tendenza a riempire tutti gli spazi con le parole.

D’altro canto, il progetto Scritte è nato grazie a un’idea: mettere una storia su un oggetto funzionale a qualcosa (le prime sono state un paio di scarpe), e quindi riempirla di parole.

L’uomo non sopporta il silenzio, è nato per le relazioni, e la società in cui viviamo fa di tutto per riempire di cose – anche inutili – ogni minuto e ogni spazio della nostra esistenza.

A volte è bene lasciare uno spazio e un tempo per il vuoto: che sia uno spazio senza scritte o un momento di silenzio, senza suono.
Ed è lì che – come l’uomo in preghiera di AlphaBeta – si ritrova la pace, si dialoga con Dio, o semplicemente ci si lascia guardare.

Metto qui il link a un articolo che ha quasi 4 anni, e che parla proprio di questo.

https://link.medium.com/Fire7I3lKqb

E voi vi ritagliate un po’ di silenzio, non necessariamente in una chiesa, ma anche ascoltando i rumori della natura, o nella vostra camera?


Ah, dimenticavo:  sul mio manufatto ho voluto mettere queste due frasi, che poi so sono mischiate come le onde del mare:

Il talento va coltivato e messo al servizio
Il tempo è offerto e mai sprecato

due cose in cui credo fermamente!

Come nasce una storia di Scritte© ?

Apro questo articolo con una domanda.
In realtà mi serve per introdurre l’articolo di oggi.

Nel mese di maggio ho deciso di farmi un regalo, tornando ancora una volta a #Cip: ho visto che – nella collezione di articoli realizzati in Scritte© – ce n’è uno su cui poter imprimere un pezzo della mia storia personale, così ho chiesto informazioni a Giuseppe Rivello (in arte Jepis) e al mio amico Vincenzo.

Ho avuto modo di vedere “da dentro” cosa succede quando si crea uno di quelli che gli artigiani del racconto di Scritte chiamano “Manufatti Narrativi”.

Mettetevi comodi. Il processo di creazione del prodotto finale richiede tempo e pazienza ed è altrettanto bello del prodotto finale stesso.

Si inizia scegliendo e ordinando l’oggetto (che sia un paio di scarpe, una borsa o – come quello che ho scelto io – il supporto di un block-notes).

Inviato l’ordine, parte il processo creaTTivo. Perché di questo si tratta: di generare insieme un oggetto che racconta una storia.

Vengo contattata da Vincenzo, l’artefice delle storie che sono pubblicate sul blog di Scritte, che mi manda quattro domande a cui ognuno risponde raccontando liberamente e in maniera ampia la propria storia e il senso che vuol trasmettere.

La terza fase, ancora interlocutoria, riguarda la personalizzazione che ognuno vuole dare al proprio manufatto: colore della pelle, carattere per la stampa ecc.

Da qui in avanti si mette in moto la fase creatoria di Scritte©: mentre nella bottega degli artigiani della pelle (scarpe, borse o altri articoli) si intagliano i supporti che costituiranno il manufatto finale, Jepis predispone e propone una idea di “stesura” della storia come verrà stampata a laser sulla pelle.

Ecco la mia:

La bozza di realizzazione

Raggiunto l’ok finale del committente, che in questo caso diventa consumAutore si passa alla realizzazione vera e propria.

La stampa, o meglio l’incisione della storia – è affidata ancora a Jepis, mentre l’assemblaggio finale viene fatto nelle botteghe artigiane di Patrizio Dolci o Mastro Domenico.

Nel frattempo a Scatolab si prepara la scatola in legno che riprenderà parti della storia e accoglierà il manufatto realizzato.
Già, perché anche il contenitore è unico nel suo genere e personalizzato per ogni storia.

E mentre tutta questa attività manuale ferve, c’è un altro aspetto che caratterizza ogni bella storia di Scritte©:
Vincenzo, curatore del blog prende dalla storia ricevuta gli aspetti più significativi e conclude la narrazione un piccolo contest fotografico realizzato sempre da Giuseppe.

Fermi tutti! La mia storia, a differenza di altre è stata sintetizzata solo sul manufatto, mentre sul blog di Scritte© c’è il mio testo per intero.

La potete leggere qui:

https://www.scritte.works/2022/05/11/silva-giromini

La mia storia

Effetto Domino

Curioso… che ci crediate o no, io ero partita per raccontare la mia attività di volontariato in parrocchia (ho mandato la serigrafia della mia chiesa) e mi sono trovata a parlare di mio padre, che guarda caso si chiama Giuseppe, come Jepis.
E poi il mio manufatto è stato realizzato da Mastro Domenico, un nome che è tutto un programma.

Per ora vi lascio solo una foto di quanto è stato realizzato per me. Ho altre cose da raccontare, ma le scriverò quando riceverò il mio bellissimo manufatto.


Se volete farvi un giro per le Storie raccontate dagli artigiani potete guardare qui: https://www.scritte.works/

… a presto, con ulteriori aggiornamenti!

La scelta “profetica” del Manufatto

Nel precedente articolo ho introdotto il senso e i cardini di una delle tante vite che sto vivendo e che ho scelto come tema della mia storia: il mio impegno in parrocchia.

Ho pensato che potevo portare con me la mia storia e i miei valori in parrocchia (e non solo) attraverso uno dei tanti manufatti narrativi realizzati dagli amici di Scritte.

Ce ne sono tanti. Quale scegliere? Ho aspettato di vedere l’intera collezione pensata quest’anno con il progetto AlphaBeta, e proprio l’ultimo nato è quello che fa al caso mio.

Si chiama Quaderno/Fuoglio/Notebook.

Fuogli

Se penso alle attività che faccio in parrocchia, agli incontri per organizzare diverse attività o agli incontri di formazione, porto sempre con me un quaderno, su cui annoto gli appunti, che si traducono poi in quello che viene realizzato per la comunità: una celebrazione, un incontro, il catechismo per i ragazzi.

Racchiudere un oggetto così necessario in un supporto che racconta chi sono e cos’è la parrocchia per me è la cosa più bella.

Un segno profetico

Fra gli artigiani che realizzano i manufatti narrativi, oltre agli amici di Scritte (Jepis, Vincenzo) ci sono due imprese artigiane che si occupano dell’assemblaggio e della realizzazione: Patrizio Dolci e Mastro Domenico.

Bene: alla mia storia ci ha lavorato Mastro Domenico. 

Mai nome fu più azzeccato, quasi… profetico!

La mia storia parla di parrocchia, ci ho voluto mettere l’immagine della mia chiesa parrocchiale.

Domenica non è solo il nostro giorno di festa, ma – letteralmente – è il “Domine Die”, il giorno del Signore.

Non conosco questi artigiani, ma mi piace pensare che hanno nel loro nome la benedizione di Dio!

Grazie per quanto avete realizzato per me.

La mia storia in parrocchia

Partire dal perché

Nella storia che racconterò nelle prossime settimane ho voluto fissare una cosa che, mentre scrivevo, si è rivelata essere l’eredità di mio padre: Giuseppe. Una persona importante nella mia vita, che mi ha permesso di essere quella che sono oggi. Così ho riscoperto, alle soglie del sesto anno dalla sua morte, che lui è presente accanto a me, in tutto quel che faccio.

Dove: la parrocchia

La mia storia (o meglio una parte di essa) racconta le attività che svolgo da sempre nella mia parrocchia, quella che considero la mia “seconda casa”. Anche mio padre ci trascorreva molto tempo, e si metteva a disposizione per aiutare in alcuni servizi. Il suo esempio – oltre alla fede che mi ha trasmesso – mi permette ancora oggi di fare molte cose e di “essere” testimone credente e credibile per i ragazzi e per le persone che incontro in chiesa o in oratorio.

Cosa c’è in questa storia: servizio, talento, impegno

Così ho voluto raccontare il servizio che svolgo in parrocchia, che va di pari passo con l’impegno: ci metto davvero tutta me stessa, e – come mio padre – cerco di applicare la sua pragmaticità e la sua visione “alta”. Cerco di valutare tutti gli aspetti organizzativi e non, perché le persone della comunità si sentano accolte e possano partecipare. Insomma, anche in questo contesto cerco di applicare le regole del Lavoro Ben Fatto. E lo faccio da tempi non sospetti, ben prima di sapere che qualcuno aveva scritto addirittura un libro su come si fa un lavoro fatto bene.

Come lo faccio: con il sorriso, la gratuità e il talento

Sono alcune caratteristiche che mi contraddistinguono.
Il sorriso – ancora una volta – è eredità paterna. E’ raro vedermi imbronciata. E poi cerco di trovare il bello e il buono in ogni situazione.
La gratuità – oltre ad essere un valore cristiano – è un valore universale: svolgere un servizio senza aspettarsi nulla in cambio è bello, soprattutto quando questo è rivolto alle persone: il regalo più bello è il sorriso ridonato, o un “grazie” inaspettato.
Il talento è un’altra cosa che il buon Dio ha donato ad ognuno. Credo che tenerselo per sé non serva a nulla; metterlo invece a servizio della comunità può essere un bene che ha un valore inestimabile.


Ecco. La mia storia è iscritta dentro questi quattro pilastri portanti: come, cosa, dove e perchè.

Come e dove ho raccontato questa storia?

Grazie agli amici di Scritte, ho pensato di farmi un regalo, uno di quelli che loro chiamano “Manufatti Narrativi” che porterò con me nelle mie attività in parrocchia. 

Presto vi farò vedere quello che è stato realizzato per me, e come è nato il mio regalo.

I “miei” genitori

Non vi inganni il titolo, ma la storia che voglio raccontarvi oggi non parla dei miei genitori – Giuseppe e Caterina – ma di tante altre persone, che genitori lo sono, ma dei “miei” 11 ragazzi di catechismo.

Domenica 22 maggio, nella nostra chiesa parrocchiale i ragazzi hanno ricevuto la Prima Comunione.

Catechismo, un percorso di fede

Come dico spesso, i ragazzi del catechismo che accompagno nella conoscenza di Gesù e, è un cammino che inizia con un atto di “affidamento”: i genitori mi affidano i loro figli per insegnare loro la nostra fede cristiana.

“Affidare” vuol dire “riporre fiducia”, “avere fede” in una persona, e io, nel mio essere catechista, mi sento investita di una seria e grande responsabilità.
Così quei ragazzi diventano, per il tempo degli anni dell’iniziazione cristiana, i “miei” ragazzi.
A cui dedico tutta me stessa.
E così, se ci sono i “miei ragazzi”, ci sono anche i “miei genitori”, che sono le loro famiglie.
Purtroppo il tempo del catechismo è poco e non sempre riesco a conoscere profondamente tutte le famiglie.

Ma sono contenta di come questi genitori mi hanno ringraziato al termine della celebrazione: poche parole, ma ben dette, una lettera che dice molto più di mille regali e gli 11 semi che ho messo in copertina.
E una piccola lettera ricca di senso, che mi ha emozionato e ha confermato quello che è il mio modo di trasmettere la fede.

Seminare speranza

Essere catechista non è soltanto “fare”, ma innanzitutto testimoniare e far vedere cosa significa la fede cristiana. E’ un po’ come l’attività del seminatore, che pianta tanti semi. Sono sicura che – con il tempo – germoglieranno. Ci vuole pazienza, i frutti arriveranno nei prossimi anni.

Ora è tempo di riposo,
di ricaricare le batterie,
di dare il tempo a quel che ho seminato di iniziare a mettere radici.