Quello che abbiamo

“Per un uomo a piedi scalzi, la felicità è un paio di scarpe.
Per un uomo che indossa scarpe vecchie, è un paio di scarpe nuove.
Per un uomo che ha scarpe nuove, è un paio di scarpe più belle.
E di certo l’uomo che non ha piedi, sarebbe felicissimo di camminare scalzo.
Misura la felicità con quello che hai, non con quello che ti manca.”

(Michael Josephson)

Caro lettore, fermati un attimo a leggerle.
Meditaci su.
Gioisci per quel che hai e non rammaricati per quel che ti manca.

Io credo che la felicità non stia nel non aver problemi nella vita, ma nell’essere capaci di affrontare le difficoltà con il sorriso, con pazienza, impegnandosi ogni giorno per superarle, o almeno conviverci con serenità.

La cRisi e le tre “R” di AndRea PietRini

Scrivo questo articolo dopo aver letto e riletto un bellissimo post di ieri sul profilo Linkedin del mio caro amico Andrea Pietrini.
Un post che parla di lavoro, di vita personale, di consigli utili per affrontare i momenti difficili. 
Andrea oggi è un affermato manager, anzi, per la precisione un CFO, il Chief Financial Officer, che in azienda è il direttore finanziario. Scrive ai suoi pari, ma i suoi consigli sono validi un po’ per tutti.

Mi sono permessa di “scompattare” il suo lungo post in 4 parti; se hai voglia e pazienza, lascerò qualche mia considerazione.
L’ho ribattezzato : “La cRisi e le tre “R” di AndRea PietRini”

Vediamo perché.
Mi faccio aiutare dagli screenshot del post (ma alla fine ti lascerò il link)

La cRisi

La prima parte del post di Andrea

Come puoi leggere, Andrea 11 anni fa ha subito un momento di dura crisi, trovandosi senza lavoro e con una famiglia da portare avanti. Come fare ad uscirne?

Ecco la prima R:  Reagire

Reagire

Ecco le prime indicazioni di Andrea. Ha perso il lavoro. Una delle tante cose che facevano parte della sua vita; certamente una cosa importante, ma non l’unica.
Il resto – (toh, forse la quarta R!) – per fortuna c’era ancora.

Riflettendoci mi è tornata in mente la classica immagine associata all’ottimismo o al suo contrario: il bicchiere.
È mezzo pieno o mezzo vuoto? 
Poi ho riletto le frasi di Andrea e sono convinta di una cosa.

Nei momenti di crisi non pensiamo se siamo ottimisti o pessimisti. Il bicchiere c’è. Dovremmo riprendere da lì: che siano solo pochi semi o semi già piantati nella terra, dovremmo fare in modo che quel che c’è rimasto sia messo a frutto.

La seconda R: Ricostruire

Ricostruire

Certo, non è facile ricostruire una vita quando si è a terra, ma è forse questo il tempo propizio per formarsi, approfondire cose nuove, intrecciare relazioni che potranno essere preziose in un futuro che nemmeno possiamo immaginare come sarà…

Io lavoro in un settore che non conosce crisi – nonostante le difficoltà imposte dalla burocrazia – ma credo che se un domani decidessi di cambiar mestiere, certamente mi prenderei del tempo per formarmi e per render più concrete le tante #connessionigenerose nate, quasi tutte, proprio grazie ad Andrea.

La terza R: Ripartire

Ripartire

In questa terza parte, che è forse la più sfidante, perché bisogna fare le cose in modo nuovo e non si sa quali saranno i risultati, bisogna metterci un sacco di coraggio e di “soft skills”, quelle che io ho imparato da Andrea (e non solo) e che condivido pienamente: fare rete, offrire conoscenza in modo generoso, ascoltare e aiutare.

Grazie Andrea per avermi permesso di ricombinare i tuoi suggerimenti con i miei pensieri.


E spero che a te, caro lettore, sia piaciuta questa mia pausa di riflessione sul lavoro e non solo. Ti lascio il link al post di Andrea, così lo puoi rileggere e commentare:

https://www.linkedin.com/posts/andreapietrini_licenziato-cfo-fractional-activity-6948149248932638720-5RqI?utm_source=linkedin_share

Don Claudio e Kayrós, un dono dello Spirito

Concludo la trilogia di persone belle che si incontrano nel libro “Ero un bullo” da chi è stato (ed è ancora) una presenza importante, forse il primo adulto credibile che ha toccato nel profondo la coscienza di Daniel, permettendogli di “fidarsi”: don Claudio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano.

Fin da subito, leggendo “la vera storia di Daniel Zaccaro”, mi sono tornate alla mente le opere di misericordia corporali, tra cui c’è pure “visitare i carcerati”.
Che non è prerogativa di un sacerdote (ci sono molte altre persone, come Fiorella, che fanno questa esperienza); ma chi è chiamato ad essere cappellano in un carcere deve avere “una vocazione nella vocazione”.
Credo di non sbagliarmi a dire che un po’ bisogna esserci portati…

Non dev’essere facile rapportarsi con ragazzi pieni di rabbia, che hanno commesso reati e portare una parola di conforto e vicinanza… figuriamoci a parlare di Fede e di Dio!

Ho conosciuto Don Claudio attraverso il racconto della storia di Daniel, ma poi ho cercato e ascoltato altre sue interviste. Il suo essere prete, guida e padre per questi ragazzi è qualcosa di speciale. 
E sicuramente ha trovato il modo giusto per coinvolgerli in maniera intelligente e costruttiva: avvicinarsi parlando la loro lingua, essere una presenza disponibile e mai invasiva, rispettare e mai giudicare, saper aspettare il “momento opportuno” per accompagnare al cambiamento.

Kayrós, la comunità educante

E proprio con Kayrós (che significa “momento opportuno”) don Claudio ha fondato nel 2000 una comunità dove i ragazzi reclusi possono vivere un tempo di rieducazione in una struttura dove il carcere è senza sbarre, il cancello sempre aperto e all’ingresso campeggia il motto di questa comunità: “non esistono ragazzi cattivi”.
Se si considera che “cattivo” deriva da una parola che letteralmente significa “messo in gabbia” (dall’apparenza, da esempi sbagliati…), risulta semplice comprendere la filosofia di questa bella comunità.

Nel libro Andrea racconta di diversi trasferimenti di Daniel in altre comunità, molto simili fra loro:
“educatori – regole”, “non puoi questo… non puoi quello…”.

Kayrós è diversa; le regole ci sono per chi è in regime carcerario, ma don Claudio le presenta in modo differente: semplicemente invitando i ragazzi a mettersi davanti alle proprie responsabilità.

Se mi permettete un parallelismo (forse un po’ forzato) le altre comunità assomigliano ai 10 comandamenti: dopo i primi tre ce ne sono sette che sono cose che non si possono fare.
A Kayrós, invece, don Claudio applica i due comandamenti dell’amore di Gesù: amare Dio e amare il prossimo.

Credo che la concezione di don Claudio sia bella e particolare. 
Orientata a ciò che è positivo e inclusivo, più che a ciò che è negativo e punitivo.

Mi piace pensare che la sua missione sia guidata dallo Spirito Santo. In fin dei conti, lui ha scelto di vivere la sua vita per Cristo, facendo di sé un dono agli altri, a chi è “ingabbiato” e ha bisogno di ritrovare la libertà. Quella bella, che viene da Dio.
Io ci credo.


(l’immagine di copertina è di Isabella De Maddalena)

Fiorella, innamorata del sapere e di Dio

Inizio questo articolo rubando le parole da un amico, che cita James Hillman e il suo libro “La forza del carattere”.
Hillman scrive: 

“Le facce vecchie sono segnate dal carattere, la loro bellezza rivela il carattere e la loro perdurante forza come immagini di intelligenza, autorevolezza, tragedia, coraggio e profondità dell’anima è dovuta al carattere”.

Fatta questa premessa, oggi voglio raccontare un’altra persona che ho trovato nel libro “Ero un bullo”, e che è stata cruciale per la svolta di Daniel.
È Fiorella Torelli, un’insegnante in pensione che fa volontariato in carcere organizzando dei cineforum dove – dirà poi Daniel – vengono proposti film “lenti e pesanti”.

Anche lei, dopo tanti racconti, ora ha un volto. È lì, in copertina.


Se Hillman descrive bene il carattere, persone come Fiorella (che conosco solo attraverso il libro e le parole che in questi mesi ho ascoltato da Daniel e Andrea) hanno negli occhi e nel sorriso la grande passione per il proprio lavoro e la gioia tutta cristiana del donarsi al prossimo.
Valori che hanno le persone carismatiche. E credo che Fiorella sia una di queste.

Dal libro emerge infatti la curiosità di Daniel per questa donna, non tanto per quel che propone, ma per la passione con cui svolge il suo servizio di volontariato.

“Ricordati che nei momenti di difficoltà non ti salveranno i soldi, ma il sapere”

Fiorella riesce ad avvicinare Daniel ai libri, alla conoscenza, lo convince a riprendere gli studi.
Per Daniel si apre un mondo fino ad allora “chiuso”, sepolto dalla rabbia e da esempi sbagliati da seguire. Fiorella è stata la chiave per aprirgli le porte della conoscenza.

Ma Fiorella non si limita all’opera in carcere.
Riconosce il buono che c’è in Daniel e lo aiuta anche successivamente, quando poi si iscriverà all’università.
Eppure Daniel – avido di scoprire storie nuove, autori e scrittori anche antichi – non riesce a comprendere perché una signora anziana si dedichi così tanto e con tanta passione a lui.
E un giorno, non riuscendo a trovare da solo la risposta, arriva la domanda:

Fiore, perché lo fai? Perché mi aiuti?

E Fiorella risponde citando Gesù e il comandamento dell’amore.
Del tempo donato e dello spirito del servizio. Gli stessi valori che anche io cerco di portare nella mia vita quotidiana.

Mi tornano alla mente le parole che Andrea ha usato a gennaio per annunciare l’uscita del libro: “C’è magma incandescente…”
Mi piace pensare che la passione di Fiorella per il “sapere” sia parte di questo magma… che in Daniel ha riacceso la stessa passione per la letteratura e lo studio che si erano spenti negli anni della delinquenza.


Per Dio – toh, guarda! – era già al suo fianco da tempo un certo don Claudio… Ma questa è un’altra storia…

“Ero un bullo” è un testo sorprendente per davvero.  Per raccontare Daniel Zaccaro non si può non passare per le storie di altre persone belle, che meriterebbero a loro volta un libro a sé.

Ringrazio Andrea, che le ha intervistate e raccontate. Non sono semplici comparse, piuttosto co-protagonisti della stessa storia.

Caro lettore, se ancora non lo hai fatto, ti invito a leggere il libro.
Ci troverai belle storie.

Antonino Stara: il brigadiere che ha saputo farsi amare

Fra le figure belle, positive e che hanno determinato il cambiamento di Daniel Zaccaro nella sua storia raccontata nel libro Ero un bullo c’è sicuramente Antonino Stara, ex brigadiere nel carcere minorile Beccaria dove Daniel è stato recluso prima dei suoi 18 anni.

Stara – dipendente pubblico al servizio interno carcerario – ha saputo far prevalere il buonsenso contro le rigide regole della burocrazia e della tanto paventata “sicurezza”.

Andrea Franzoso, autore del libro, ci racconta che in carcere il brigadiere si è inventato la “MOF” – “Manutenzione Ordinaria Fabbricati”, che consiste nello svolgere lavori di manutenzione della struttura del carcere, affidando i lavori ai carcerati più meritevoli, sotto la sua responsabilità. Un bel risparmio di tempo e di soldi per l’amministrazione, se penso che lavori come questi vengono affidati a imprese dietro espletamento di una gara d’appalto (con tutti gli oneri burocratici connessi).

Questo servizio – oltre ad essere necessario per il carcere – è rieducativo per i detenuti che lavorano per la MOF.
E il brigadiere ha saputo creare qualcosa di unico e bello, perché ci tiene a trasmettere ai ragazzi non solo la conoscenza di come si fa un lavoro manuale, ma vuole insegnare loro il lavoro ben fatto e lo spirito di essere una squadra. 
Così attraverso questo impegno (è Daniel stesso che lo dice) si placa la rabbia, le giornate acquistano senso e a fine giornata si è stanchi ma felici.

Ma qual è il motivo vero di essere felici in carcere?
È ancora una volta il brigadiere a insegnarlo: con il suo esempio e le sue parole.

Purtroppo me lo posso solo immaginare, ma credo che Stara sia una di quelle persone che lo capisci subito che non sono solo lì a vigilare, ma fanno di più.
Piccoli gesti, parole ferme ma dette bene che valorizzano le persone invece di denigrarle.

Oggi il brigadiere Stara, insieme ad Andrea, Daniel, don Claudio e Fiorella, ha un volto. 
Nella puntata di questa notte (11.06.2022) di TV7 è stato inserito un piccolo reportage sulla storia di Daniel.
Un peccato che sia andata in onda a notte fonda.

Ma i suoi occhi li ho messi in copertina, rubando un fotogramma alla trasmissione.
Uno sguardo buono e profondo.

Nel servizio c’è il brigadiere in pensione e c’è Fiorella,
ma la sua è un’altra storia, che presto racconterò.


“Ero un bullo”, di DeAgostini, lo trovate in tutte le migliori librerie.