Le parole: dalla scrittura all’ascolto

Il 7 febbraio 2022 è stata la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. Quel giorno ho seguito Andrea e Daniel nella loro maratona in giro per l’Italia.

Dopo aver letto la sua storia nel libro “ERO UN BULLO”, mi sono messa in ascolto.
Ormai l’inflessione vocale di Daniel è entrata nella mia testa. E la sua vita nel mio cuore.

Di tanti interventi recuperati al termine della mia giornata di lavoro, mi porto nel cuore due passaggi.
Il primo, a Mattino 5, dove ho visto un Daniel sereno, e pienamente conscio che quello che è oggi “deve convivere con il suo passato”
Rinnegarlo, o far finta che nulla sia successo, non sarebbe giusto.
Caspita! Quanta profondità in questi pensieri… mi domando da dove derivi tanta consapevolezza: la rieducazione? Lo studio? Le persone giuste incontrate sul suo cammino? Se un giorno avrò il piacere di incontrare Daniel glielo chiederò.


Nel pomeriggio in una libreria di Roma una bellissima presentazione moderata da Beatrice Cristalli, (fortunatamente trasmessa sulla pagina Facebook della Libreria) affrontava il tema dell’importanza delle parole e della scarsa voglia degli adolescenti a leggere. Aspetto presente anche in un capitolo del libro, intitolato “Le parole che non ho”.

Io non sono madre, ma da quanto sento da colleghi e amici, c’è un’insofferenza diffusa negli adolescenti, a scuola, verso le materie umanistiche: letteratura, italiano, storia…. a cosa servono?
Forse un po’ di colpa è di questa società troppo “smart” e “social” e poco improntata alle relazioni interpersonali più autentiche. 
Con il risultato che i ragazzi faticano ad usare un lessico adeguato per esprimersi.

E una parte di responsabilità ce l’hanno sicuramente i genitori, la famiglia: se i ragazzi crescono in un ambiente ricco di stimoli sono più propensi a sviluppare la propria creatività; se sono assenti, ahimè, viene a mancare questo importante tassello che forma il carattere.


Lo sperimento anch’io nel rapporto con i ragazzi che educo nel catechismo: anche se hanno solo 9-10 anni alcuni si esprimono bene, altri – esattamente come ho ascoltato nella tavola rotonda – finiscono per fare come il Daniel-delinquente che sfogava i suoi sentimenti con la violenza.

Credo che ragazzi esuberanti o “difficili” ci siano sempre stati; negli ultimi anni ho visto un crescente ricorso allo psicologo… già a quell’età?

Tornando alla storia di Daniel, ormai educatore, una frase – che mi è piaciuta molto – me la sono segnata e ogni tanto la tirerò fuori dai ricordi: “chi parla bene, pensa bene”.

Non sono una grande lettrice, e non ho fatto studi umanistici, ma la nostra bella lingua cerco di usarla in modo adeguato.
Sarà che mi piace scrivere e cercare il miglior modo per esprimermi. Ci aggiungerei un terzo elemento: “… e scrive bene!”


Caro lettore, concludo la mia riflessione lasciandoti questo pensiero non mio:
Nel libro “Potere alle parole – perché usarle meglio”, Vera Gheno scrive: 

“ognuno di noi è le parole che sceglie:
conoscerne il significato e saperle usare nel modo giusto ci dà un potere enorme, forse il più grande di tutti”.

La ricerca della libertà

C’erano una volta un disobbediente, un ex bullo e una piccola impiegata amministrativa…
No, non voglio raccontarti una storiella, e nemmeno una barzelletta.

Piuttosto vorrei consegnare a te, caro lettore, alcune cose che conservo nel cuore e nella mente, frutto di un percorso maturato nel corso degli anni, attraverso le parole dei libri di Andrea Franzoso, che si intrecciano con il mio lavoro quotidiano.

Ho ripreso in mano “Ero un bullo”, ma già alla prima lettura mi era saltata all’occhio una frase, che nella mia prima recensione avevo tralasciato di commentare, poiché avevo deciso di mettere in quelle prime impressioni gli aspetti più legati ai sentimenti e alle cose belle che avevo trovato nella descrizione che Andrea ha fatto di Daniel.

Oggi vorrei scavare più a fondo. 
Ho trovato, in questo ultimo libro, un’assonanza con il piccolo #Disobbediente: un testo che ormai conosco come le mie tasche…

“Ero un bullo” Cap. 13. Pagina 136.

«L’anno 2010, il mese di marzo, il giorno 4, alle ore 12.30, in Milano…»

Non la scorderò facilmente. 
Quando ci sono passata, mi sono chiesta se Andrea – scrivendo queste parole – avrà rifatto il suo viaggio a ritroso, così come l’ho fatto io… 

È una formula di rito, in un linguaggio che mastico tutti i giorni per lavoro: il burocratese, peraltro qui nemmeno troppo criptico, come invece sono alcune frasi che uso più di frequente.

Con la mente sono andata alla storia di Andrea, e a quella pagina 71 che racconta dell’esposto fatto in caserma. 

«l’anno 2015 addì 10 del mese di febbraio alle ore 13:10
presso gli uffici del comando in intestazione…»

Due contesti simili – la rilettura di un verbale – due situazioni opposte:

Daniel, da poco rinchiuso in un carcere;
Andrea che andava a riprendersi – a modo suo – la libertà di cittadino onesto.

Eppure, tutti e due, da quel che traspare dalle parole, con un peso in meno sul cuore.

Daniel “finalmente” arrestato; un tormento in meno nella sua personale “discesa agli Inferi”… e ce ne vorrà ancora per riemergere e risplendere!
(e per comprendere questo pensiero, devi leggere il libro, ndr)
Andrea, soddisfatto per aver fatto la scelta giusta: denunciare i “ladri” in azienda, per di più mettendoci nome e cognome.

Due vite opposte che – tuttavia – grazie a questo incontro, possono vivere in simbiosi.


Da quando il libro è uscito, ormai più di un mese fa, ho avuto modo di leggere e ascoltare Daniel e Andrea nelle interviste e in qualche presentazione. 
Andrea, che ripete di aver trovato una storia “potente”;
Daniel che gli fa eco dicendo di non sentirsi un bullo, ma più un delinquente, ma non fino in fondo (perché – nonostante tutto – i germi di bene ci sono sempre stati).

Io preferisco guardare alla gran voglia della ricerca di senso e di libertà in queste due vite.

Per questo i passaggi che ho citato nei due testi mi stanno tanto a cuore.

Ma – si sa – io guardo ai dettagli, quelli che agli occhi di molti passano indisturbati.


E io?

Io sto lì in mezzo, con il mio lavoro quotidiano.
Fatto di tanta scrittura burocratese: per redigere atti, giustificare acquisti, menzionando Leggi, Decreti, articoli e commi…. “e s.m.i.” (successive modifiche e integrazioni, ndr)
La mia “boccata d’aria” – quando torno a casa – sono i pensieri e le riflessioni che nascono in quel processo creativo che parte dalle esperienze già vissute e si alimenta attraverso la lettura e l’ascolto di persone che valgono. E così arrivo a pubblicare, da punti di vista inconsueti, le mie storie belle e contagiose.
Proprio come questa.

C’è tanto da scrivere, Andrea e Daniel hanno tanto da raccontare offrono molti spunti di riflessione.

Concludo con un piccolo regalo a loro: due versi di un artista che sto imparando a leggere. Allargare la propria zona di comfort non può che far bene. 

Non sai cos’è la libertà, finché non te l’han tolta
Non sembrava un occasione, finché non l’hai colta 

(Prova a prendermi, Marracash)

E tu cosa mi dici? Quando trovi la tua libertà?

Epilessia, la mia malattia

Il cervello è un organo meraviglioso, forse il più complesso, e governa tutte le attività del nostro “essere”. Lì risiedono le nostre azioni, le nostre abitudini, la nostra memoria, e molto altro. Dicono che un lato del cervello governi le azioni meccaniche e razionali, e l’altra parte si occupi di più della nostra emotività, dei ricordi, dei sentimenti. Non so se è davvero così.

Parto da qui per iniziare il racconto di oggi, di cui io sono la protagonista. 

Il 14 febbraio 2022 è la Giornata Internazionale dell’Epilessia. E questa è la mia storia con questa ospite, che mi accompagna da più di 30 anni.


Una compagna di cammino

Ci sono tante cose che accadono nel corso della vita: alcune capitano, e non puoi farci nulla, se non fartele amiche.
Al capitolo “salute” sulla mia strada si è presentata, senza alcun preavviso, qualche mese prima dei miei 18 anni, una malattia che si chiama “epilessia”.

Epilessia letteralmente significa “essere colto di sorpresa”, ed è così che accade con quelle che vengono chiamate “crisi”.
Ci ho messo un po’ per capire che era quello il nome giusto. Ma cosa e quando mi è successo?

18 marzo 1991

È accaduto nel giro di pochi minuti: stavo guardando fuori dalla finestra della mia camera, mi sono sentita dapprima la bocca rigida e storta e poi… il buio. 
Sono cascata a terra come un sacco di patate e mi sono risvegliata stesa sul mio letto – mi dicono – 5 minuti dopo. 
A cui è seguito il ricovero in ospedale, esami, accertamenti… e scopro di avere una cisti congenita al cervello, rivelatasi poi una malformazione. Qualche sintomo epilettico c’era, ma non tutti. 
Per precauzione mi danno 25 mg di barbiturico da assumere tutte le sere e poi, per 6 mesi più niente: le mie giornate sembrano essere tornate ala normalità. A parte il barbiturico, che mi ha scombussolato un po’ la vita.

Da settembre di quell’anno ricominciano piccole crisi alla bocca. E dopo un anno di consulti su quella cisti, che lì c’è e lì rimane, vengo indirizzata in un centro di eccellenza per la cura delle epilessie: la Fondazione Istituto Universitario di Ricerca  e Cura “Casimiro Mondino” di Pavia. Dove ancora sono in cura, ormai da 30 anni. 
A febbraio 1992 – anno del mio diploma – vengo ricoverata per accertare il tipo di epilessia.


Dicono…

L’epilessia è una di quelle malattie che potrebbe essere “di familiarità”, dicono

Cioè, potrebbe essere che – nella storia della famiglia – qualcun altro ne abbia sofferto. Così, al primo colloquio con i medici, mi viene chiesto se qualcuno (nonni, zii, cugini…) abbia sofferto di epilessia. 
Niente. Non è il mio caso. Ma mica sempre è così.
Quindi sono l’unica in famiglia. Pazienza… la cureremo.

Ne esistono di molti tipi, dicono… 

Ed è vero. Dalle persone che incontro in clinica (allora, nel 1992 e nei due ricoveri successivi nel 2003 e nel 2014 per esami di controllo), mi rendo conto che ogni caso è un caso a sé: vuoi per il tipo di crisi, vuoi per la cura, vuoi per la risposta di ogni persona alla terapia farmacologica. 
Io ho una forma “parziale”, che però è pur sempre epilessia… mannaggia!
Mi affido agli specialisti, ripongono la fiducia in loro e nella scienza.

Si può anche guarire, dicono

Vero anche questo. Ho conosciuto persone che avevano crisi convulsive e prendevano molti più farmaci di quanti ne prendo io, ma sono guarite completamente.
Io, purtroppo, no. Sono pure “farmaco-resistente”
Me ne farò una ragione, senza pensarci troppo.
Se potessi non prendere le medicine ne farei volentieri a meno, ma non si può.
Pazienza. Continuerò a prendere i farmaci.
Non è così grave. Basta non dimenticarsi.
(e se ti dimentichi, è il tuo organismo a ricordartelo…)


“Ma hai l’epilessia?” Sì, e te la racconto.

Fortunatamente – scrivevo qualche riga più – su il mio tipo di epilessia è “parziale”: non svengo (è successo solo nel 1991), non ho convulsioni, ma solo piccoli irrigidimenti del muscolo della mandibola e del braccio destro. E il mio cervello “bacato” – come scherzosamente lo definisco io – decide quando vuole di scatenare queste piccole crisi.
Per fortuna stare davanti allo schermo del pc non mi dà alcun effetto, altrimenti non avrei mai aperto questo blog e nemmeno farei il lavoro che faccio.

Se non ne parlo, nessuno pensa che io sia malata, perché – nonostante tutto – sono una donna solare e positiva. Però credo che sia importante parlarne, e raccontare la “mia” storia.

Ancora non ho trovato “la quadra”, la cura giusta, e ogni tanto le crisi saltano fuori, all’improvviso. Grazie al cielo durano poco, e me ne accorgo solo io.

I primi anni non sono stati facili: prima esami, ricoveri, e dal nulla dover assumere tutti i giorni farmaci che non sono proprio “leggeri”. Gli effetti più pesanti? Memoria e concentrazione praticamente andati…
Ai miei 18 anni non ho potuto fare la patente, perché avevo iniziato a prendere le pastiglie, e – su consiglio del neurologo che mi ha preso in cura – ho dovuto aspettare 2 anni senza crisi e finalmente superare l’esame di guida all’età di 26 anni.
Le crisi poi si sono ripresentate, ma sono compatibili con la guida. Così sono indipendente almeno per andare al lavoro e fare qualche commissione.

Dopo 30 anni, sono fra i casi di “farmaco resistenza”: devo affidarmi un po’ ai neurologi e un po’ al mio corpo, che risponde come vuole lui agli effetti dei medicinali, per capire se un mix di pastiglie è quello giusto oppure è il caso di cambiare. I foglietti illustrativi neanche più li leggo…

I momenti più difficili sono proprio i periodi in cui si modifica la cura, riducendo un farmaco per introdurne uno nuovo. Altro che i vaccini!
Ma sopporto questi periodi transitori con pazienza e con la speranza che il nuovo mix porti giovamento almeno per rallentare gli effetti e la frequenza delle mie piccole crisi.


Pensa positivo

Ho imparato, nel corso degli anni, a convivere con questa malattia, sviluppando un buon autocontrollo nell’insorgenza di una crisi, e perfino a trovarne gli aspetti positivi.
Lo so che vi state chiedendo dove si trova il lato “bello” in una malattia…

Io l’ho trovato: nella Ricerca.
Che non è solo lasciare il mio 5 per mille o una donazione, ma fare qualcosa di più.
Da malata e da paziente.

il personale dell’Istituto Mondino di Pavia

Il Mondino di Pavia è un Istituto di Ricerca Universitario dove arrivano persone di tutte le età da tutta Italia, e dove si fanno molti studi per sperimentare e cercare nuove cure.

Se guardo alla mia famiglia, ricordo mio padre, che – prima di ammalarsi – donava il sangue per l’Avis. E spesso veniva chiamato per dare il sangue per i bambini.
Lui mi ha insegnato il lato bello del dono e del servizio gratuito per il bene del prossimo.
Io non posso fare quello che faceva lui.
Il mio sangue è pieno di “schifezze”: i farmaci che prendo tutti i giorni, mattino e sera, che però servono al mio organismo per stare meglio.

Così, quando in clinica si sta avviando un progetto di ricerca, e mi vien chiesto se posso dare il mio contributo, accetto di buon grado se mi si chiede di partecipare.

Allora sì che la mia malattia può servire a qualcosa!
E il mio essere “paziente” mi apre alla speranza. So che non vedrò subito i risultati – non su di me – ma sono sicura che il mio mettermi a disposizione da malata per trovare nuove vie di cura avrà contribuito a far fare un passo avanti ai ricercatori e a quanti si adoperano per il bene di tutti noi malati.

Spero che la mia testimonianza possa essere di aiuto a chi – come me – soffre di questa patologia. Siamo in tanti, ma non siamo soli.


Se sei una persona malata di epilessia, o un familiare di una persona affetta da questa patologia, ti auguro tanta serenità.

E un pensiero sincero e di cuore lo rivolgo ai medici e ricercatori: siete persone preziose!
Grazie per quello che fate per noi ogni giorno.


Caro lettore, se sei arrivato fin qui, ti chiedo – se puoi – di condividere la mia storia. C’è ancora troppo pregiudizio nei confronti dei malati di epilessia. Io – per fortuna – non ho avvertito troppo questo stigma, ma so che Lice (la Lega Italiana contro le Epilessie) e questa giornata internazionale che tinge di viola molti monumenti, portano avanti questa battaglia. Siamo persone normali, solo con il cervello un po’ danneggiato.

Un mio amico usa questo motto: “Punta alla Luna, mal che vada finirai nelle stelle”

Daniel: ero un bullo, oggi parlo ai genitori

In occasione della giornata contro il bullismo che si celebra lunedì 7 febbraio 2022, vorrei proporre qualche spunto di riflessione, a partire da un articolo di giornale letto pochi giorni fa.


Sul settimanale Oggi, nel numero 6 in edicola in questi giorni, è stata pubblicata una paginetta con un’intervista a Daniel Zaccaro, l’“ex-bullo” oggi educatore. La sua storia passata è raccontata nel libro “Ero un bullo” di Andrea Franzoso.
Con la sua esperienza, Daniel – forte anche della sua esperienza passata – traccia un percorso per i genitori di ragazzi adolescenti, perché siano delle figure davvero “di riferimento” per i propri figli.

L'articolo sulla rivista Oggi

Vorrei riprendere i consigli di Daniel, perché fanno riflettere, e vorrei metterci qualche considerazione personale.

Prima di addentrarmi in questa piccola riflessione, vorrei però lasciare due note:

  • per prima cosa, credo che si possano comprendere davvero i suggerimenti di Daniel solo dopo aver conosciuto la sua storia personale che lo ha portato ad essere quello che è oggi;
  • in secondo luogo, io non sono mamma e nemmeno laureata, ma ho cresciuto – da zia – tre splendidi nipoti; inoltre in parrocchia, per quel poco che riesco a fare con il mio “essere”, da diversi anni ormai, accompagno i ragazzi del catechismo nella prima formazione cristiana.
    Se faccio bene non lo so, ma nel corso degli anni ho potuto constatare come i ragazzi più difficili da gestire durante il mio percorso con loro, fatta la Cresima spariscono, ma se ci incrociamo per strada hanno ancora rispetto e riguardo nei miei confronti. E non è poco. Credetemi.

Bene. Fatte queste due doverose premesse, posso davvero riprendere le indicazioni di Daniel e metterci insieme le mie riflessioni, per quello che sono oggi, come zia e catechista.


Siate adulti

Con questa esortazione credo che Daniel (e non solo lui) voglia invitare i genitori in età adulta, o “giovane-adulta”, ad essere figure autorevoli; non gli eterni ragazzi, che pensano sia giusto essere un po’ amici dei propri figli. Le amicizie per i ragazzi sono altra cosa. Ma nemmeno i “padri-padroni”, troppo duri e autoritari.
L’arte di essere un buon genitore si impara crescendo i figli: con fermezza e autorità, mai con l’imposizione.
I ragazzi imparano molto anche dagli atteggiamenti, dal modo di essere; non servono mille parole, magari pure strillate per ottenere rispetto, che invece sortiscono l’effetto contrario.

Mettetevi in ascolto

L’ascolto prevede che, in seno alla famiglia, ci sia un dialogo. Oggi troppo spesso sostituito da tempo passato davanti a uno smartphone o una Playstation, perché – in fondo – fa più comodo così.
Ho visto, nel corso della mia esperienza di educatrice, ragazzi insofferenti e scontrosi.
Lo riconosco da questi atteggiamenti quando non c’è ascolto reciproco in famiglia. E mi domando: è tutta colpa del carattere dei ragazzi?

Non caricateli di aspettative

Un altro aspetto che – come racconta la storia nel libro – è stato un po’ l’inizio della metamorfosi da bravo ragazzo a bullo di Daniel. Ormai è quasi una prassi consolidata che – oltre alla scuola, che già impegna parecchio i ragazzi – ci siano attività extra (sport, danza o altro) che arrivano a “saturare” il tempo libero degli adolescenti, e il catechismo (un’ora ogni due settimane!) è quella cosa in più che va all’ultimo posto nella lista degli impegni.
Tornando però alle varie attività – sacrosante! – mi chiedo se i genitori abbiano assecondato i desideri reali dei loro figli, o piuttosto cerchino il proprio personale tornaconto…

Educateli alle emozioni

Ah, che bello questo consiglio.
È un percorso bello e impegnativo, quello del saper riconoscere le emozioni: belle o brutte, positive o negative. E qui vorrei proprio citare Daniel in questo passaggio sul giornale:

“I ragazzi non sanno dare un nome a quel che provano, che sia vergogna, amore, senso di inadeguatezza.
E se non riconosci le emozioni non riconosci l’altro, quindi non trovi nulla di sbagliato nel prevaricarlo”.

Va da sé che il passo per trasformarsi in un bullo è breve, molto breve.
Emozionarsi insieme, in uno scambio reciproco, genitori e figli: questo sì che è un percorso positivo, e ne gioverà tutta la famiglia.

Sospendete il giudizio e date fiducia

Due consigli difficili, ma possibili. Si ricollegano un po’ al punto sull’ascolto reciproco. Ai ragazzi bisogna lasciare un po’ di libertà: nelle scelte, anche di commettere errori. Da quelli impareranno a tornare sulla via giusta.


Sugli ultimi due suggerimenti cito ancora le parole di Daniel.
Io non li avrei mai pensati, però mi sembrano indicazioni importanti, che solo chi ha una seria formazione educativa come lui, può consigliare.

“Non competete”

Nel rapporto con i figli serve umiltà:
“Se loro individuano in altri, professori, educatori, allenatori, dei modelli,
incoraggiateli a coltivare il rapporto con loro senza sentirvi sminuiti come genitori”.

“Chiedete aiuto”

”l bulli sanno che quello che fanno è sbagliato, quindi smettono di parlare di sé in casa”:
è un campanello d’allarme davanti al quale è meglio farsi aiutare da professionisti.
Sapendo che il percorso di analisi ci coinvolgerà anche come genitori.

Ecco, forse l’unica cosa che mi colpisce e che fa da sfondo a tutte queste “buone pratiche” è proprio la parola “umiltà”, che incarna un valore che io vivo molto nella mia vita, da sempre.
Sono contenta di averla ritrovata nelle parole di Daniel.
Porsi con umiltà in ogni situazione – non solo quella genitoriale – credo che aiuti ad affrontare ogni momento della vita con lo spirito giusto: mai altezzoso (che può pure farci sembrare antipatici), ma nemmeno sempliciotto e remissivo (che invece ci farebbe apparire deboli e facilmente attaccabili).


Mi piacerebbe che queste parole le leggessero i genitori dei “miei” ragazzi, anche se non sono ancora adolescenti, ma stanno entrando nell’età dei 9 anni.
E oggi sono sicuramente più svegli e scaltri di quando io avevo la loro età (40 anni fa ormai….)

Ringrazio Daniel e la giornalista di Oggi per avermi permesso, ancora una volta, di riflettere su aspetti così importanti come l’educazione dei ragazzi, un tema che mi sta molto a cuore, pure se non sono genitore.

E se ancora non lo avete fatto, vi invito a leggere la storia vera di Daniel Zaccaro raccontata nel libro di Andrea Franzoso “Ero un bullo” (clicca sulla miniatura della copertina per maggiori informazioni):

La copertina del libro

Non mi accontentavo di pochi spiccioli

Qualche giorno fa ho trovato un vide che riportava questo particolare titolo.

Incuriosita, l’ho guardato e ascoltato.
Vuoi perché in questo periodo sto approfondendo la storia di Daniel Zaccaro, un ex bullo ed ex rapinatore, vuoi perché il video è stato realizzato in un luogo a me tanto caro. E la protagonista non ha fatto alcuna rapina.

Fermati sette minuti, guardalo, poi torna qui e prosegui la lettura della mia riflessione.

Il luogo è il Monastero benedettino Mater Ecclesie situato sull’Isola di San Giulio, al centro del nostro amatissimo Lago d’Orta.
Un luogo a me tanto caro. Poco lontano dal mio paese.
Un luogo di preghiera, di silenzio e di pace.

La leggenda narra che sull’Isola abitasse un drago e fosse piena di molti serpenti; San Giulio, le cui spoglie riposano nella cripta della Basilica, giunto con il proprio mantello sull’Isola, la liberò dai serpenti e sconfisse il drago.
Una delle sue vertebre pare sia conservata nella sacrestia della Basilica.

La vertebra del drago

Il monastero per molti anni è stato sede del Seminario diocesano, poi – nel 1973 (anno della mia nascita), per volere del Vescovo di allora, Mons. Aldo del Monte, divenne il Monastero Benedettino che oggi ospita una settantina di monache.

Madre Anna Maria Canopi, donna di grande fede e profondità, ha iniziato da allora a costruire questa comunità, apparentemente chiusa, ma – come afferma la monaca nel video – aperta al mondo intero. Prima Badessa del monastero, ha lasciato la vita terrena il 21 marzo 2019, festa di San Benedetto, e ora riposa accanto a Mons. Del Monte nel vicino cimitero di San Filiberto a Pella, posto sulla terra ferma, di fronte all’Isola.

La storia di Suor Maria Aurora è molto diversa da quella passata di Daniel, gli “spiccioli” di cui parla sono le cose materiali, quelle che non porteremo con noi.

Eppure le due storie hanno un comune denominatore: la ricerca di senso e la successiva scoperta di quello che nella vita conta veramente.


Mi è capitato in passato di portare le famiglie dei miei ragazzi di catechismo all’Isola, per partecipare alla preghiera delle 15 e poi a colloquio con una delle monache che abitano il Monastero.
E ogni volta è un’esperienza che incuriosisce e arricchisce.

Il sorriso di queste monache e la luce nei loro occhi mi danno tanta pace.
Credo che almeno una volta bisogni far visita a questo luogo, per rappacificare l’anima e ritrovare nel profondo del cuore il senso vero della vita.


8 maggio 2014

In una serata di preghiera sul lago, organizzata dalla diocesi, con la presenza del Vescovo, ho partecipato ad un momento suggestivo, che porto nel cuore e che ricordo in questa foto:

Con le monache abbiamo pregato insieme la compieta: noi, pellegrini dal battello sul Lago. Ci facevano eco le dolci voci delle monache, riunite all’esterno della basilica, con le fiaccole accese.