Cinque motivi per ringraziare il 2020

Anche quest’anno sta per concludersi, e guardando indietro e attorno, trovo tanti che si lamentano o non vedono l’ora che passi, per archiviarlo definitivamente.

Leggevo l’altro giorno una riflessione molto lunga del mio amico Vincenzo Moretti. In un passaggio ho trovato queste domande:

“possiamo dire che questo orribile 2020 è stato soltanto così, orribile? Non ci ha detto niente? Non abbiamo pensato e fatto niente? Non ci è accaduto niente di importante, positivo, che meriti di essere ricordato?”

Le stesse domande su cui riflettevo mentre raccoglievo le idee sul mio 2020 e che vorrei lasciare qui, in questo ultimo giorno dell’anno.

Abbiamo vissuto, più o meno direttamente, l’esperienza della pandemia, il Covid-19 che ci ha tenuto con il fiato corto per molto tempo, e abbiamo oggi la consapevolezza che il 2021 sarà, almeno per un po’, ancora accompagnato da questo fenomeno mondiale.

Ma davvero è andato tutto così male? Nelle nostre vite personali riusciamo a trovare qualcosa di bello, positivo per cui dovremmo ricordarci di questo 2020?

Io credo di sì.
Da inguaribile ottimista, che vede il bello anche nel brutto, il bene nel male, provo a raccontarvi le cose belle che mi sono accadute, per le quali non mi dimenticherò di questo anno.

Un cuore aggiustato

Parto da qui, dal 17 settembre. Prima il mio cuore era affaticato, per due valvole che non funzionavano più bene.
La professionalità dei medici ha permesso di rimetterlo a posto, il valore prezioso della famiglia l’ho sperimentato dal ricovero fino a questi giorni… mi sto riprendendo ma sono ancora diverse le cose per cui non riesco a farcela da sola; per fortuna ci sono le sorelle e i fratelli e la mia cara mamma.
E il sostegno di tante persone: quando si seminano piccoli gesti di bontà, le persone lo riconoscono, e tante mi sono state vicine nel lungo periodo della malattia, anche solo con un pensiero, una preghiera, un messaggio.

Nuovi amici

Nel corso dell’anno, grazie ad alcune persone che seguo da qualche tempo, ho conosciuto e frequentato nuove persone, che mi hanno dato tanto, in termini di valore e di amicizia. Ne cito solo alcuni, arrivati nella rete delle “connessioni generose”, come le chiamerebbe Andrea Pietrini:
Vincenzo Moretti e Giuseppe Rivello, artigiani del Lavoro Ben Fatto, conosciuti grazie al buon Raffaele Gaito, e poi don Fabrizio Bagnara e don Federico Tartaglia che, rispettivamente da Taizzano – Narni e Selva Candida – periferia di Roma, ho conosciuto e seguito.
Don Fabrizio è – come me – nel team di orariosantemesse.org, quello fondato da Saverio e Andrea. Mi auguro che il 2021 sia l’anno della ripartenza di questo bel progetto!
Don Federico ha scritto un bel libro, anzi due, e per un po’, nel primo periodo di lockdown sono riuscita a stare al suo passo nella meravigliosa impresa di leggere tutta la Bibbia in un anno. Ho poi abbandonato, ma la Bibbia è sempre lì, basta riprenderla in mano e leggerne un pezzettino ogni giorno.

Libri non a caso

Molte delle persone che ho citato hanno scritto libri. Non sono una grande lettrice, ma compro quello che mi interessa per conoscere meglio le persone. Così ho scoperto “E’ ora di vedere Gesù e ti spiego perchè”, di don Federico Tartaglia, “Il lavoro ben fatto” e “Parole Forgiate” scritti da Vincenzo Moretti rispettivamente insieme al figlio Luca e a Giuseppe Rivello. Mi piace quando dai libri nasce una relazione, un dialogo, che può diventare pure amicizia anche se non ci si incontra o si sta lontani (e non per colpa di un virus).
non posso non mettere fra i libri del 2020 anche “Viva la Costituzione” scritto da Andrea Franzoso, un’altra delle connessioni generose, una persona limpida e buona che seguo dal 2016.

Il mio nuovo blog

Sta per compiere un anno. Ci ho lavorato un po’ senza pubblicarlo, e intanto continuavo a scrivere su Medium. Poi una citazione pubblicata dal buon Raffaele Gaito, che considero maestro oltre che amico, mi ha convinto a fare il grande passo. Porta il mio nome e cognome, ma nasce con l’intento di raccontare le storie belle di gente normale. E proprio Andrea Franzoso mi ha dato il sottotitolo del blog: “racconto belle storie perchè sono contagiose”. Credo che al giorno d’oggi ci sia tanto bisogno di storie belle, positive che ci sono nel nostro Paese.

“Rompiscatole”, il termine che non c’è più

Per tanto tempo nella mia biografia sui social, avevo inserito questa parola, usata per indicare bonariamente il mio interesse in ogni dove quando entro in contatto con persone che possono darmi qualcosa per la mia crescita personale.
Ed era un po’ il biglietto da visita quando mi presentavo a nuove persone attraverso una mail, un commento, un messaggio privato.
Questa estate, dopo aver da più parti ricevuto attestati di stima per le mie invasioni sempre gentili, ho deciso che “rompiscatole” potevo anche toglierlo.

Ecco, credo che queste siano le piccole grandi cose che hanno reso bello il mio 2020.
Ora aspettiamo il 2021 e fra un anno vi dirò come è andata.

Facciamo riposare mamma

L’immagine che ho scelto per questo Natale è la rappresentazione della Natività un po’ inusuale, intitolata

“Facciamo riposare mamma”.

Pensandoci su, ho riflettuto su questo strano Natale dell’anno 2020 e dei giorni di festa che ci porteranno nel nuovo anno.

Saranno giorni diversi, ancora segnati dalla pandemia e dalle restrizioni. Potremo festeggiare ma in forma più ridotta, accogliendo al massimo due persone.

Nella mia famiglia non c’è una grande tradizione di cenoni o pranzi di Natale. Ricordo anni fa che tutta la famiglia si riuniva a casa mia per il pranzo di Capodanno: undici persone, compresi cognati e i nipoti che ancora erano piccoli.

E la mamma era quella che lavorava più di tutti per preparare il pranzo. Io aiutavo a sparecchiare e a lavare i piatti, rigorosamente a mano (ancora oggi la lavastoviglie non c’è)

Immagino che la situazione sia la stessa per un pranzo o una cena in molte famiglie.

Quest’anno non sarà così: il richiamo di questa immagine natalizia ci riporta alla quotidianità di un pranzo domenicale.

Per una volta… facciamo riposare mamma!

Buone feste a te che leggi!

Storie belle e contagiose

“Beato colui che ama l’altro quando fosse lontano da lui,
quanto se fosse accanto a lui”.

Questo consiglio di San Francesco apre l’enciclica “Fratelli Tutti” firmata ad Assisi da Papa Francesco il 3 ottobre, alla vigilia della festa del poverello Patrono d’Italia.

Quanto vere sono queste parole per descrivere il periodo lungo e difficile che ho vissuto e ancora sto vivendo.
Ma non tutto il male vien per nuocere, c’è sempre qualcosa di buono anche nei momenti più complicati.

Finalmente sono tornata, dopo un mese e mezzo di ospedale, operazione al cuore, riabilitazione e, purtroppo, Covid.
Ce l’ho ancora addosso, ma era tanta la voglia di risentire l’aria di casa, anche se ancora sono positiva.
Contagiosa per ora lo sono io, ma mai avrei pensato di vivere emozioni così belle al mio ritorno.
La storia bella di oggi è quella della mia famiglia, una famiglia normale, come ce ne sono tante, dove tutti ci sono per tutti.

Martedì 27 ottobre sono tornata dalla clinica per passare ancora un paio di settimane isolata.
Ma al mio ritorno ho trovato – oltre a una perfetta organizzazione degli spazi per mangiare, lavarmi e riposarmi – qualche piccolo regalo che davvero non mi sarei aspettata: il saturimetro, per controllare la qualità del respiro e dei battiti; l’ultima lettera di Papa Francesco, “Fratelli tutti”, e una tazza con il mio slogan e il nome del mio blog.

Tutta opera dei miei fratelli e sorelle, che davvero si fanno in otto (già quattro lo siamo, tutti insieme) per aiutarmi in questi giorni di ritiro forzato.

Accidenti!
Come direbbe Skande, ora davvero sono un “brand”, ho pure la tazza personalizzata!
Non so davvero come ringraziare tutti loro, sono davvero fortunata!

Grazie, grazie, GRAZIE !!!

Un padre, un figlio e il libro di una vita

Torna la mia rubrica delle interviste dal basso, questa volta con due ospiti davvero grandi, di statura fisica e morale.
Chi mi segue sa che ad agosto mi sono presa il tempo per leggere un libro che già dal titolo è tutto un programma: “Il lavoro ben fatto – cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo”. Scritto da Luca e Vincenzo Moretti.
Ho seguito un po’ Vincenzo, sono finita sul suo blog, invece Luca sta un po’ nell’ombra; ma ho chiesto a tutti e due di poter fare una delle mie interviste.

Ecco cosa ne è venuto fuori.

Ho conosciuto “Il lavoro ben fatto” per caso, grazie all’intervista che  Raffaele Gaito ha fatto a Vincenzo. Ma il libro è scritto con Luca, suo figlio.
Per chi non vi conosce, vi potete presentare?

V.: Sono nato nel 1955 da Pasquale, muratore e operaio elettrico, e Fiorentina, bracciante agricola e casalinga. Sono founder (fondatore, ndr) di #lavorobenfatto.
Desidero quello che ho e continuo ad avere voglia di cambiare il mondo.
Penso che questo basta. Se vuoi saperne di più basta che ti fai un giro qui:
https://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/about/01309d

L : Sono Luca, nella vita di lavoro faccio il libraio, ho molte passioni tra cui i fumetti, il cinema e la musica, si può dire che i fili conduttori che le legano più o meno tutte siano la fantasia e la capacità di guardare al di là dello schermo che chiamiamo realtà.

Io il vostro libro l’ho letto, e mi è pure piaciuto tanto. Volete raccontare ai miei lettori cos’è il lavoro ben fatto?

L : Il lavoro ben fatto è un modo di pensare e rapportarsi con la vita, molto semplicemente ci si sveglia la mattina pensando che tutto quello che faremo andrà fatto bene, dai piccoli gesti quotidiani alle grandi imprese. I motivi sono molto semplici: per fare male qualcosa dovrai comunque impiegare del tempo, a quel punto è meglio farla bene. La soddisfazione di fare bene le cose ti permette di essere una persona più realizzata, avrai migliori rapporti con gli altri e con te stesso. Fare bene le cose conviene, sempre.

V.: Il lavoro ben fatto è quando ti svegli la mattina e fai bene quello che devi fare, qualunque cosa tu debba fare.

Il libro è scritto a 4 mani (o due teste): un padre e un figlio. Quanto è importante la famiglia e come è stato scrivere insieme questo testo?

L : La famiglia è fondamentale per tutta una serie di ragioni, è la prima fonte di insegnamento. È il primo micro cosmo sociale in cui impariamo a tessere rapporti con altre persone. Se si è fortunati, come nel mio caso, è composta da persone che ti supporteranno nelle scelte della vita, a prescindere da quali siano. Questo è il secondo libro che scrivo insieme a mio padre, il primo è stato Enakapata nel 2008, è sempre una bella sensazione, ci si confronta, a volte si litiga, ma comunque il risultato finale è sempre un’opera in equilibrio tra i nostri caratteri, molto diversi,  e le nostre sensibilità. 

V.: La famiglia è il campo base, mio padre avrebbe detto “la principale”, funziona un po’ come i muri maestri di Wittgenstein, quelli che reggono l’intera casa. 

Nel libro sono citate spesso le “botteghe”. Qui da me la bottega è il piccolo negozio di paese dove ci trovi gli alimentari, o la merceria, o di tutto un po’. Nel vostro  lessico cos’è la bottega?

L : La bottega rappresenta il modo con cui si fanno le cose, in maniera artigianale, con amore, non importa che tu sia un falegname o un programmatore, che tu abbia a che fare con atomi o bit il concetto rimane lo stesso.

V.: La bottega per me è il luogo dove tenere assieme, nel processo del Fare è Pensare, proprio così, con l’accento, la testa (le cose che sappiamo), le mani (le cose che sappiamo fare) e il cuore (la passione, la dedizione e l’impegno che mettiamo in quello che facciamo).

Nel libro leggo che il lavoro ben fatto ha delle leggi. Curioso che siete partiti dalla legge numero 0. Perché?

V.: È un omaggio alle leggi della robotica di Isaac Asimov, ci sono le tre leggi e poi c’è la legge numero zero.

C’è anche il Manifesto del lavoro ben fatto. 52 punti, uno più bello dell’altro. Mi spieghi come è nato e perché ce n’è bisogno?

V.: Ti rispondo con una citazione dal Libro, le ultime righe di pagina 95: “quando a Dicembre 2016 decido di scrivere il Manifesto del Lavoro Ben Fatto mi scelgo come riferimento The Cluetrain Manifesto .
Sento il bisogno di andare oltre le leggi del lavoro ben fatto, intendo definire un vero e proprio background condiviso per la comunità che si allargando sempre di più.
Devo dire che ancora una volta l’intuizione si rivelerà giusta, ma per adesso è meglio concentrarsi sul Manifesto, 52 articoli che dopo averci pensato il necessario e anche di più ho deciso di riportare qui per intero. Il Manifesto è parte fondamentale di questa narrazione, non potevo confinarlo in una nota o in un link.”

C’è anche un invito per le persone a firmarlo, ma sembra che pochi abbiano aderito. Cosa significa firmare il vostro Manifesto?

V.: Il Manifesto ha avuto fin qui molte centinaia di firme, oltre 700 credo. Il punto è che a leggerlo sono state quasi 27 mila persone. È qui che c’è uno spazio troppo ampio, lo spazio tra chi lo ha letto e chi lo ha firmato, anche considerando le centinaia di riproduzioni sui blog, le tante persone che lo hanno stampato e appiccicato al muro. A me tutto questo suggerisce tante cose, te ne dico una: al di là delle tante chiacchiere sulla rete come strumento di partecipazione anche solo l’invio di una mail crea un blocco, determina una defezione. Il passaggio dal like alla lettura è come salire una scala, quello dalla lettura alla firma – attraverso l’invio di una mail – è coma scalare una montagna. Naturalmente ci può essere anche un mio difetto di comunicazione sull’importanza di firmare e di metterci la faccia, non lo escludo, però non mi sembra l’aspetto determinante.

Il logo del lavoro ben fatto: mi spiegate il suo significato?

L : Quando abbiamo pensato il logo cercavamo qualcosa che racchiudesse le tre iniziali di Lavoro Ben Fatto in una forma stilizzata, ci ho lavorato su con l’aiuto di Sara Lubrano, un’orafa di straordinario talento, e alla fine è uscita questa forma quadrata che racchiude le tre lettere e che ricorda il kanji giapponese di giorno/sole, una coincidenza che ci piace molto.

Ultima domanda, che chiude le mie interviste. Vorrei una risposta singola da entrambi. Se doveste dare una definizione di voi oggi, come vi definireste?

L : Non ho una definizione precisa, credo che avesse ragione Pirandello, siamo tutti “Uno, Nessuno e Centomila”.

V.: Un vecchio scugnizzo di Secondigliano. Uno scugnizzo fortunato, perché ha incontrato un mare di belle persone e ha imparato un mare di cose. E sia chiaro che fin quando sto da queste parti non ho nessuna intenzione di fermarmi. Quando non incontrerò bella gente e non imparerò sarò morto. 


Caro lettore, cosa te ne pare di questa intervista?
Io ci ho trovato molti spunti di riflessione che tornerò a riprendere, perché il lavoro ben fatto è una cosa troppo bella, e alcune risposte di Luca meritano di essere riprese e approfondite.

Con Vincenzo ormai c’è uno scambio reciproco che può solo arricchire chi lo legge.

Ringrazio di cuore i miei ospiti di oggi. Hanno donato a me e a te, che stai leggendo, tempo e parole preziose.

DA dove veniamo e dove NON vogliamo più tornare

“Viva la Costituzione” è un libro bello.
Ma bello davvero.

Il tema centrale è la Costituzione, il Testo che contiene i cardini della nostra Italia, raccontati attraverso venti parole: venti temi fondamentali che fanno parte della nostra vita quotidiana.

Confesso che ho preso il libro con la speranza di trovarci Andrea dentro…
Ora che il libro l’ho finito posso dire di averlo trovato.
Dove?
Senz’altro guardando questa sua nuova “creatura” nell’insieme: un grande lavoro di ricerca, incontri, raccolta di testimonianze di gente comune e personaggi illustri, per dimostrare che i temi presenti nella Costituzione sono davvero presenti nella vita di tutti, piccoli e grandi.
Proprio un lavoro ben fatto!

Ma cos’è la Costituzione?

Andrea dà questa definizione:

“È prima di tutto un grande racconto,
che ci spiega DA dove arriviamo e dove NON vogliamo più tornare”.

(Repubblica e Costituzione)

Una definizione proprio bella, che – a mio modesto parere – spazza via un bel po’ di polvere e ridona luminosità a un testo così importante, che è il punto di riferimento a cui ogni Governo deve guardare quando legifera.

Perché parlarne?

Scrive Andrea:
“Ho deciso di raccontare la Costituzione … nella convinzione che l’educazione civica di cui abbiamo bisogno non è quella di chi conosce il numero di deputato e senatori, ma di chi coglie il significato di valori e diritti, ne comprende il senso, si indigna di fronte a un’ingiustizia e si batte in difesa del bene comune.”
(Nota introduttiva)

Eccolo il Disobbediente! I ragazzi che avevano imparato a conoscerlo nella sua precedente pubblicazione ritroveranno ancora quel giovane che parlava (e continua a farlo) di onestà, senso civico, spirito critico.

Andrea c’è, con il suo impegno, il suo cuore, il suo sorriso.

Andrea Franzoso in una foto di Isabella De Maddalena

Esco per un attimo da questo libro, giusto per collegarlo all’art. 2 del Manifesto del Lavoro Ben Fatto:
“Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore”.
Chi segue e conosce Andrea non potrà che confermare che queste parole gli calzano a pennello, come la tuta del supereroe!

54: il dipendente pubblico

Da impiegata comunale, non ho resistito e sono saltata a leggere a pag. 48 le due paginette della testimonianza di Piercamillo Davigo, magistrato e membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Parla delle qualità del buon dipendente pubblico, richiamando l’articolo della Costituzione che parla di “noi”, il 54:

“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Per Davigo – che prende ad esempio gli insegnanti – fedeltà, disciplina e onore si esprimono nello svolgere bene il proprio lavoro, con rispetto e consapevoli che si sta rappresentando lo Stato, non sé stessi.
Memore dei primi due libri di Andrea, faccio solo un’osservazione: la storia che tutti conosciamo del whistleblowing è regolamentata dall’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001 e successive modifiche: una legge che tutela i dipendenti pubblici che intendano denunciare gli illeciti nella pubblica amministrazione.

Potremmo quasi azzardare a considerare il 54 come “numero dei dipendenti pubblici”…

Il primo dovere di solidarietà: pagare le tasse

Anche questo passaggio, sulle tasse inserite nel capitolo che parla di solidarietà mi ha colpito, sempre come dipendente pubblico, quando Andrea spiega:

“Con i soldi delle tasse vengono versati gli stipendi degli insegnanti, dei medici e degli impiegati comunali.”
(Solidarietà)

Devo dire che – letta così, da un adulto – sembra una frase un po’ monca… Sembrerebbe che quelle tre categorie citate ricevano uno stipendio senza pagare le tasse.
Sono sicura che Andrea non intendesse questo; lui parla principalmente ai ragazzi, avrà di sicuro semplificato un pensiero che è molto più ampio.
Direi piuttosto che tutti – semplici cittadini, dipendenti (pubblici o meno) – concorriamo a realizzare un circolo virtuoso di solidarietà, permettendo, con le tasse, di far funzionare il Paese, fino al pagamento delle pensioni a chi ha lavorato per una vita e si trova a godere del meritato riposo.

“Ai miei primi insegnanti di educazione civica: mamma e papà”

Chiudo questa paginetta di riflessioni ripartendo dall’inizio.
Ormai è una prassi.
Andrea lo trovi anche nella sua dedica che lascia all’inizio del libro.
Mentre scrivo penso: “Chissà se ci ha pensato subito, o lo ha messo alla fine della stesura del libro?”.
A parte queste mie curiosità, Andrea ha scritto una cosa molto bella e ricca di significato.
Nell’anno in cui “Educazione Civica” torna ad essere materia ufficiale di insegnamento scolastico, con queste semplici parole ci ricorda che l’educazione a comportarci bene nella società la riceviamo soprattutto in famiglia, dai nostri genitori.
È qui che impariamo le basi per poter mettere in pratica i fondamenti scritti nella nostra Costituzione, che è sana e robusta.
Sì, grazie al Testo che ci hanno consegnato i Padri fondatori, noi tutti possiamo dire di godere – anche moralmente – di “sana e robusta Costituzione”.


Caro lettore, ho lasciato in questo articolo le cose più significative (per me) che – a caldo – mi ha lasciato il libro di Andrea.
Spero che queste mie parole ti abbiano un po’ incuriosito, e ti abbiano fatto venir voglia di comprarlo.

Da martedì 25 agosto 2020 è in tutte le librerie; se preferisci gli acquisti on-line lo puoi trovare sul sito dell’editore:
DeA Planeta Libri – Sezione Ragazzi
o su Amazon dove puoi leggerne un estratto.

Ultima cosa e poi ti lascio:
se vuoi seguire Andrea Franzoso, commentare il libro e – perchè no – magari invitarlo, a scuola o in biblioteca, questa è la sua pagina Facebook:
https://www.facebook.com/andrea.franzoso.79