“Il lavoro ben fatto produce un altro risultato importante: se lavori bene, quello che fai lavora per te pure mentre dormi… se creo contenuti di qualità, quei contenuti lavorano per me anche mentre dormo” (Jepis)
Qui mi fate fare un salto indietro nel tempo. Prima di pubblicare il mio blog ho scritto un bel po’ di articoli (dal 2017 a fine 2018) su Medium
In realtà sono partita dal pubblicare un pensiero in una chat nel 2016; poi puntualmente ogni settimana mandavo una mail a 4-5 amici, che apprezzavano i miei pensieri. Da lì mi sono poi spostata su Medium e dopo i primi articoli che erano dei copia-incolla di testi facilmente reperibili in rete, ho iniziato a scrivere di mio pugno delle cose che vedevo crescere intorno a me: nuovi amici, attività, storie.
Poi una nuova idea: perché non chiedere qualcosa e far parlare direttamente i protagonisti? Anche il “format” era pronto: dal mio metro e 46cm di altezza sono nate le “interviste dal basso”. Perché bassa sono io e semplice deve essere il linguaggio.
Grazie, perchè entrambi siete già nelle mie interviste.
Cosa c’entra questo con i contenuti fatti bene che lavorano per te pure quando dormi? Ho avuto il piacere di intervistare un vostro amico, Jacopo Mele. Un’intervista memorabile per come è stata costruita prima ancora della sua pubblicazione. Se fate una ricerca su Google è probabile che esca la mia intervista su Medium. Ecco, grazie alle condivisioni di Jacopo, le visualizzazioni di quell’intervista salgono di settimana in settimana. Ormai, a oggi, superiamo le 2900 interazioni!
Sono onorata di ospitare in questa mia intervista dal basso la storia di un ragazzo, del suo lavoro e del luogo in cui vive. Se mi seguirete nel racconto vi accorgerete che le persone e i luoghi non sono poi così diversi anche se distanti parecchi kilometri.
Venite con me? Cip! Un cinguettio, un battito d’ali ed eccoci a #Cip: Caselle in Pittari, provincia di Salerno, Cilento, Campania.
Caselle in Pittari – foto di Giulio Rivelli
Eh, sì. Un’altra volta a Sud… Tranquilli: non è poi così diverso da Gargallo, il mio paese: provincia di Novara, Piemonte, tra le Colline Novaresi dei vini doc e il Cusio. Vi consiglio di leggere fino alla fine…
Lì ci vive Giuseppe “Jepis” Rivello, un giovane che seguo da pochi mesi. Ora però faccio parlare lui…
S. Mi tolgo subito una curiosità. “Jepis” perché? È un soprannome o significa qualcosa? J. Innanzitutto grazie per questa interessante opportunità.Questo nome me lo ha affibbiato una mia amica in adolescenza e da allora tutti i miei amici hanno iniziato a chiamarmi così, è stato il mio primo e unico “nickname”. Mi piace pensare che sia una forma post-moderna del più bello e romantico Geppino.
S. Se dovessi presentarti brevemente a chi ancora non ti conosce, come ti racconteresti? J. Sono un artigiano e un narratore. Mi spiego: metto la testa il cuore e le mani nella creazione di manufatti di narrazione che poi vengono utilizzati dalle persone per emozionarsi, per emozionare, per veicolare un messaggio o per ripensare qualcosa. Mi piace pensare che i contenuti che metto in piedi aiutino le persone a ricrearsi, ripensando e migliorando il proprio modo di creare valore e di stare al mondo.
S. E di questo, se non ho capito male, ne hai fatto il tuo lavoro… J. Sì, Lavoro a stretto contatto con le organizzazioni (pubbliche e private) aiutandole a costruire il senso del loro stare al mondo attraverso la narrazione. Credo che chiedersi cosa si vuole narrare venga prima del chiedersi cosa si vuole comunicare.
A tal proposito, caro lettore, ti consiglio di fermarti un minuto e guardare questo:
Le attività di Jepis Bottega
S. Ho letto di te che sei pure contadino… J. Sono figlio di una cultura contadina che mi ha lasciato in dote la voglia e la passione per il cibo prodotto con le mie mani. Lavorare la terra mi appassiona quanto raccontare storie. Credo nel seme di grano che cade nella terra, ma non perché è un fatto romantico o poetico, ci credo perché fa parte di un ciclo che rinnova la vita. Per me, le storie sono semi che vivono in maniera circolare, ramificando e portando frutti alle donne e gli uomini che le sanno coltivare.
Il pane fatto in casa
S. Jepis Bottega: sono almeno cinque anni che ogni tanto vedo passare qua e là queste due parole. Ora so chi ci sta dietro. È a tutti gli effetti un luogo prima che una persona. Sfogliando fra i contenuti che pubblichi ho visto che hai ricreato sulla saracinesca della tua Bottega il suo interno. Hai fatto una bella cosa, per questo l’ho voluta mettere in copertina quella foto. Mi sembra di capire che sia il tuo luogo di lavoro. O forse è qualcosa di più? J. Si è un luogo, a Caselle in Pittari, #Cip, nel Cilento. Sorge in un luogo speciale per me, nel luogo dove il mio papà e la mia mamma, quando io ero bambino, fabbricavano scarpe. Oggi in questo luogo io fabbrico storie. La mia bottega è un luogo semplice, ci sono delle mensole con i libri, un grande tavolo tondo al centro e una grande lavagna dove scrivere i pensieri e dove progettare e la maggior parte delle pareti sono scrivibili con il pennarello. Ci sono persone che quando arrivano in bottega per la prima volta, dopo essere entrate mi chiedono incuriosite: “tutto qua? questa è la tua bottega? libri, un computer, e delle lavagne?” Di solito la mia risposta è pressapoco sempre la stessa: “la materia prima di cui si compone il mio lavoro è fatta di parole, i libri ne sono custodi, con la lavagna riscrivo le parole che incontro e con il microfono, la videocamera e il computer le trasformo in immagini e suoni”. Inoltre la mia bottega è un luogo di incontri e di presentazioni di libri e filmati (in periodi in cui tutto questo è permesso). Ogni tanto mi piace fare una cosa, quando realizzo un racconto in video prima di metterlo online su YouTube o su Facebook mi piace aprire le porte della bottega e proiettarlo in anteprima per le persone della mia comunità che passano da queste parti. Non c’è un motivo preciso per cui faccio questa cosa, diciamo, che mi piace pensare che prima devo rendere omaggio alla mia comunità e le mie piccole creazioni devono essere prima riprodotte per la gente che mi sta intorno.
L’interno della Bottega
La bottega, le scarpe, la comunità: mi tornano alla mente molte cose: ricordi di quando ero piccola e quello che sono oggi, e davvero penso che io e te, Cip e Gargallo, non siamo poi così diversi!
S.Grazie al libro “Parole Forgiate” ti ho conosciuto: ricordo bene la pagina dove descrivi la tua Bottega e la storia che hanno vissuto quei luoghi nel passato. Quanto sei legato al tuo paese? J. Il mio paese è la mia casa. Non abito solo a casa mia, abito a casa mia perché si trova nel mio paese. Vivo intensamente il rapporto con la mia comunità perché ho scelto di viverci. Ho la fortuna di avere una moglie che è innamorata quanto me del mio paese e della mia comunità. Sono legato al mio paese anche perché mi ha dato la possibilità di sperimentare, di farmi le ossa e di costruirmi delle opportunità. Le storie della mia gente sono le prime che ho raccontato. I miei vicoli mi hanno accolto quando avevo bisogno di sperimentare con la mia videocamera un racconto fatto dalla luce che entra dalla fessura di una serratura. Oggi la parola comunità è usata spesso anche impropriamente, ma vedi, in un paese di circa 1900 abitanti questa parola si esercita da sempre. Quando io prendo le uova dalle mie galline al mattino presto, dopo averne conservate una parte per la mia famiglia, se posso, ne condivido qualcuna con una vicina, con un vicino, lo stesso faccio con i prodotti dell’orto e lo stesso fa lei o lui con me quando ne ha la possibilità. Una comunità è relazione; la mia relazione con la mia comunità e la grande e preziosa rete di relazioni che la comunità custodisce e fa vivere.
Ti seguo da poco tempo, ma ho avuto modo di leggere qualcosa di tuo e guardare qualche video pubblicato in passato. Mi incuriosiscono molto due cose che spesso citi: La prima: “un piede nella mia terra, un piede nel mondo e la testa in rete”… J. “Un piede nella mia terra, uno nel mondo e la testa in rete” è un concetto che mi accompagna fin da quando frequentavo l’università di Salerno e andando in giro raccontavo alle persone che incontravo questa mia voglia di vivere la mia terra con ardore, coltivando le mie passioni e senza perdere tutte le opportunità che questa contemporaneità offriva ed offre ad un giovane. Quindi per questo ad un certo punto mi è venuto facile sintetizzare tutto in quella frase intendendo che oggi è veramente possibile, grazie alla rete, non lasciare mai definitivamente la propria terra, se lo si vuole, e viverci almeno con un piede. Questo è stato per me una sorta di leit motiv, un messaggio che ho incarnato e che poi in parte è diventato anche parte del modello di funzionamento della mia Bottega. Avere una sede fisica a Cip senza perdersi le straordinarie opportunità che il mondo oggi ci offre. Vivendo con agilità e con la voglia di creare senso nel luogo in cui si vive uscendo ogni giorno fuori dai confini della propria terra, sia fisicamente che virtualmente, ma ritornando sempre, ogni sera, più ricco di esperienze e di connessioni.
La lavagna della Bottega
S. La seconda: Il concetto “Crea – Racconta – Ricrea“… J. “Crea Racconta Ricrea” sono nel tre parole che ormai da un sacco di tempo utilizzo per sintetizzare la proposta di valore della mia Bottega. Sono convinto che ognuno di noi, nello svolgere il suo lavoro, nel portare avanti le sue passioni e nel realizzare i suoi sogni debba fare, quindi creare le cose, debba poi raccontarle anche senza averle completamente finite e rese perfette come le aveva nella testa all’inizio, attivando così un percorso di miglioramento continuo che mi piace definire di ricreazione che attraverso il racconto dà la possibilità di mettere la propria opera in relazione con gli altri e con il mondo e di portarla al livello successivo. Ogni volta che faccio qualcosa rispondo a queste tre paroline ed ogni volta che imposto un’attività, un progetto mi chiedo se sto creando, raccontando e ricreando. È così: oramai questo approccio fa parte di me, difficilmente me ne potrò liberare 🙂
Caro lettore, se sei arrivato fin qui ti ringrazio. E se hai ancora un po’ di pazienza, leggi cosa mi scrive Jepis riguardo alla sua ultima “creatura”…
S. La Piccola Scuola: l’ho scoperta con il libro e ti confesso che avevo un po’ di timore ad entrarci. Poi ho capito il potenziale di questo luogo e sono contenta di starci dentro. Puoi raccontare brevemente a chi ci legge come ti è nata questa idea e come funziona? J. L’idea della Piccola Scuola è venuta fuori dall’esigenza di creare un ambiente vivace dove poter sviluppare esperimenti di narrazione liberi e spontanei che mi permettessero e ci permettessero di scoprire e di imparare a lavorare con linguaggi nuovi. Al momento l’accesso nella Piccola Scuola è gratuito ed è soltanto vincolato alla relazione di conoscenza con me o con un membro che ne fa parte. Le attività vengono, per ora, gestite all’interno di un gruppo chiuso su Facebook all’interno del quale vengono attivati degli esperimenti di narrazione che durano circa un paio di mesi ciascuno. Un esperimento di narrazione è un percorso nel quale, chi decide di partecipare, può sviluppare un proprio esperimento di narrazione lavorando in gruppo, ma portando avanti un suo personale progetto.
Gli esperimenti di narrazione
Ad esempio, in questo periodo stiamo lavorando al racconto di un’idea da sviluppare in futuro e i partecipanti all’esperimento partendo da un brief iniziale stanno mettendo su disegni, testi, bozzetti, piccoli video e podcast che piano piano organizzeranno in una propria personale pubblicazione. Il lavoro viene svolto in autonomia e settimanalmente ci sono dei tavoli di lavoro realizzati con delle Livechat che vengono trasmesse in diretta nel gruppo, nelle quali i partecipanti a quell’esperimento di narrazione si confrontano sul lavoro che stanno portando avanti. I video dei tavoli di lavoro restano a disposizione di tutti i componenti del gruppo. Il mio lavoro è quello di coordinare tutto questo processo, di dare una mano nell’ideazione dei contenuti e di trovare delle soluzioni di approccio e di tecnica di creazione del contenuto se per qualche motivo uno dei partecipanti dovesse avere problemi nello sviluppo del proprio esperimento. Ad esempio abbiamo preso l’abitudine di fare dei piccoli webinar anche pratici dove vengono spiegati strumenti o pratiche di costruzione del contenuto partendo dalle esigenze specifiche. Insomma, la Piccola Scuola è nata innanzitutto affinché nella mia Bottega io potessi continuare ad imparare e produrre cose che mi appassionano con persone di qualità, spero che possa succedere lo stesso anche a coloro che ne fanno parte. Pensa che da un tavolo di lavoro della Piccola Scuola lo scorso Gennaio è nato il progetto Scritte.blog che nel giro di qualche settimana si sta trasformando in una piccola impresa editoriale 😉
Qualche domanda più su ho citato il libro “Parole Forgiate”, che non è solo un libro, ma anche un sito, un podcast, un blog: https://www.paroleforgiate.it/ In realtà è un testo scritto a 4 mani (o due teste, fate voi), con la presenza fissa a Jepis Bottega: Vincenzo Moretti. Mi sembra doveroso citare anche lui… ma solo ora, che siamo giunti alla fine. 🙂
Bene. Con questo è tutto… per ora! Ringrazio Jepis per avermi dedicato parte del suo tempo, per avermi permesso di usare un po’ del suo materiale e per essersi raccontato qui, sul mio piccolo blog.
Se ti è piaciuta l’intervista e vuoi conoscere meglio Giuseppe e il suo mondo (che non è tanto diverso dal mio) ti lascio il link con la porta di ingresso a tutti i suoi contenuti:
…e ora Cip! Con un battito d’ali e il cinguettio di un uccellino ritorniamo qui, sul mio blog e nel mio paese: Gargallo, provincia di Novara, Piemonte, tra le Colline Novaresi dei vini doc e il Cusio.
Grazie a Jepis e alle sue risposte ho riscoperto una prospettiva diversa del raccontare: le storie belle ci sono anche qui, nella comunità dove sono nata e cresciuta. La “testa in rete” ci dà l’opportunità straordinaria di connetterci con persone lontane. Ma vicino a noi – senza andare chissà dove – ci sono storie da raccogliere, raccontare e condividere.
“Quanto più l’artigiano, grazie a quello che fa, riesce a creare valore per le persone, tanto più sta crescendo… non sta facendo carriera, sta crescendo, sta incrementando il valore delle sue relazioni con la bottega, la comunità, il mondo.” (Jepis)
Qui davvero mi fermo e m’inchino davanti alla semplice maestosità di questi pensieri. E forse per la prima volta dopo molto tempo si materializza un’idea che già sto maturando da qualche tempo.
Ma tu guarda se dovevo andare a #Cip (Caselle in Pittari) per tornare nel mio paese.
Di artigiani ce ne sono anche qui, dove vivo.
Gargallo è sempre stato un paese di calzolai e tomaifici. Le aziende che sono sopravvissute e cresciute sono quelle che hanno saputo innovarsi nella tradizione. Un giorno nel mio blog racconterò le loro storie.
Intanto, nel 2016, una piccola produzione ha coinvolto tutto il paese ed è stato girato un lungometraggio per ricordare i tempi belli di quando io ero piccola, e anche prima. Il progetto di allora è visibile qui:
Quando ancora il libro non era uscito, non potevo sapere ancora come avreste trattato il discorso sugli innesti. Ricordo che però stavate pubblicando piccoli tratti del libro sotto forma di Podcast. Giusto il 20 novembre, l’episodio sull’innesto, che per me ha questo significato: “Vedi Vincenzo, insieme al tuo amico Jepis avete pubblicato sul podcast di paroleforgiate.it il piccolo estratto della vostra visione sugli “innesti” proprio nel giorno del compleanno di mio cognato; lo puoi trovare su Facebook come Pier Gaido (giusto una lettera diversa dal nostro amico Raffaele). La sua è una bella storia, e nella mia famiglia si è ufficialmente “innestato” quando ha sposato mia sorella, il 2 settembre 1989. Mi piace molto associare il tuo concetto di innesto a un nuovo membro della famiglia. Lui è un artista con le parole: scrive poesie, canzoni, ispirate da storie vere e leggende. Da questi testi nascono spettacoli, e la parola scritta prende forma, “si forgia” e viene donata alle persone che ascoltano.”
C’è condivisione di valore nel momento in cui c’è profondità che produce valore. (Jepis)
Jepis qui mette in luce tre parole che andrebbero scandagliate singolarmente e che insieme producono una forza meravigliosa.
#Valore: la parola in sé può essere spiegata in molti modi. Ma qui parliamo del valore (o dei valori) che sono propri di una persona. Se ci siamo nati con quei valori li potremmo chiamare talenti. Li possiamo alimentare e far crescere in maniera sana e corretta mettendo in atto l’atteggiamento suggerito dalla seconda parola: #profondità.
Sembra quasi una contraddizione, ma è così: i valori più belli, più robusti e più alti sono quelli che le persone coltivano andando sempre più a fondo, radicando sempre meglio la propria azione.
“Dal profondo del cuore” per me non è una frase fatta, ma un modo di vivere il rapporto con le altre persone. Scrivo pensieri, esprimo sentimenti anche attraverso la narrazione partendo sempre da lì.
Viene naturale il terzo passo, che è la #condivisione, che non è quella dei social, ma trovare nell’atteggiamento, nelle parole scritte qualcosa che lasci il segno.
Se ci riesco anche in piccola parte, posso ritenere la mia piccola missione in questo mondo compiuta.