Laura, narratrice artigiana e non solo

Oggi nella mia rubrica delle “interviste dal basso” ho il piacere di ospitare una persona che seguo da un po’ ma di cui so molto poco.
Però posso dirvi – senza dubbio – che è una persona bella, che apprezzo per quello che pubblica.

La vedete nella foto di copertina. Mille idee, tanti progetti, un blog, un podcast e tanto altro.
Come i suoi ricci: apparentemente disordinati, eppure mossi da qualcosa di più profondo.
All’anagrafe fa Laura Ressa, vive a Bari e come me è appassionata di scrittura.

Le nostre vite si sono incrociate in rete seguendo un amico comune e un’idea che entrambe amiamo molto: Vincenzo Moretti e il Lavoro Ben Fatto.

Lascerei la parola direttamente a lei. Così insieme scopriremo un’altra bella storia.


S. Ciao Laura. Ci siamo conosciute grazie al Lavoro Ben Fatto e alla Piccola Scuola, ma ne parliamo più avanti. Ti puoi presentare brevemente ai miei lettori?

L. Ciao Silva e grazie per questa possibilità! Faccio a pugni con la brevità, ma provo a sintetizzare. Raccontarsi è un viaggio magnifico dentro se stessi e tu me ne offri l’occasione facendomi osservare me stessa da un punto di vista nuovo. Mi piace definirmi Narratrice artigiana, perché amo modellare le parole, ma sono anche un continuo divenire. Credo infatti che non ci sia nulla di definitivo nella vita, neanche le definizioni di sé. Siamo un moto costante sottoposto a correnti che ci plasmano e ci modellano nel tempo. Sono nata sotto il segno del caos: nella mente e nel cuore ho un magma incandescente di cose che voglio far bene per non deludere me e gli altri. 

S. Allora non ho sbagliato molto nell’introduzione; e i tuoi capelli parlano per te! Vedo dai tuoi profili social un elenco interminabile di attività, in corso o concluse. Praticamente impossibile fare uno screenshot che le contenga tutte!  Leggo che un lavoro ce l’hai ma riesci a fare anche tanta formazione e comunicazione. Come riesci a coniugare tutto?

L. Sì Silva, hai letto bene. La mia è vera compulsione. Vorrei fare duecentomila cose in contemporanea. Sono affetta dall’idea di dover produrre, imparare, scrivere, e poi ancora apprendere e mettere in atto. Sento di dovermi mettere sempre in moto con la mente, non tanto per non pensare ma, al contrario, proprio per pensare di più.
Sono una persona dai mille dubbi: mi pongo dubbi su ogni cosa e anche su me stessa. A volte è un bene riempirsi la testa di così tante possibilità e scenari, altre volte senti che ti manca il tempo di fare tutto con la calma e l’attenzione che vorresti.
Insomma, in poche parole: non è facile.
Ho un lavoro stabile da quasi 6 anni: sono marketing specialist presso un’azienda produttrice di software. Ho avuto la fortuna di poter restare nella mia città natale, che ha tanti limiti ma contiene le mie persone care e dunque per questo è un luogo del cuore.
Oltre al lavoro, che richiede le sue 8 ore quotidiane dal lunedì al venerdì, seguo molti corsi nel fine settimana (sui temi spazio dal cinema alla scrittura al marketing) e cerco di scrivere molto. La scrittura è come un muscolo e va allenata con costanza altrimenti si rischia di perdere il ritmo, il mordente, la passione, l’elasticità mentale che ti consente di creare testi a partire da quello che ti accade ogni giorno o da una suggestione passeggera.
Spesso devi fare uno sforzo di fantasia, devi compiere voli pindarici sul presente per poter scrivere qualcosa che interessi e che sia un regalo per chi legge. Ci provo, a volte con affanno. Ma a fine giornata poggio la testa sul cuscino con la consapevolezza di aver provato a dare il massimo in tutto ciò che ho fatto.

S. Frasivolanti: un bel nome per un blog. Da dove nasce?

L. Sembrerà forse una frase fatta, ma questo nome è spuntato veramente per caso. Nel 2016, quando il blog Frasivolanti è nato, avevo appena rotto molti ponti con il mio recente passato e cercavo nella scrittura uno sfogo, una rivalsa, la voce che in tante occasioni della vita non avevo avuto o non avevo voluto tirar fuori. Ho sempre fatto una gran fatica ad esprimere a voce ciò che provavo, ciò che pensavo, così è arrivata la scrittura a salvarmi, ad accendere quella miccia che attendevo da tempo. La scrittura è il mio porto sicuro, la mia bacchetta magica, l’ombrello che mi protegge dalla pioggia del mondo. Mi aiuta a esprimere me stessa più di altre forme comunicative. L’immagine delle frasi che volano è un tentativo di liberazione, di rivincita. Quando creai il blog e mi misi a pensare a un nome, non so perché immaginai subito delle frasi che volavano nel cielo, libere. Diedi il nome quasi di getto, pensando “se non mi dovesse piacere più, lo cambierò”.
Non l’ho ancora cambiato e nel frattempo sono passati più di 5 anni.
Credo che ognuno di noi nasca con un talento, con qualcosa che riceve in dono dalla nascita e che gli viene bene da sempre senza bisogno di troppa formazione. Io non so se il mio talento vero sia la scrittura o qualcosa che non ho ancora scoperto, so però che qualsiasi sia la tua strada, prima o poi è lei che trova te e non il contrario.
Dalla scrittura io mi sono fatta trovare pronta, con una tastiera in mano e il cuore aperto, in un momento in cui pensavo di non aver nulla da coltivare. E invece un campo da coltivare c’è sempre, basta mettersi in ascolto del suo richiamo ancestrale e cominciare a zappare sodo. 

S. Accennavo all’inizio del Lavoro Ben Fatto e della Piccola Scuola. Io Vincenzo Moretti (e Jepis di conseguenza) l’ho scoperto grazie a un’intervista on line. Tu come lo hai scoperto?

L. Questa è una storia che adoro raccontare.
Ho conosciuto Vincenzo Moretti grazie a un hashtag su Twitter: l’hashtag era #lavoronarrato.
Facciamo un balzo indietro nel tempo fino al 30 Aprile 2018. Quel giorno, mentre scrollavo distrattamente la newsfeed di Twitter, incappai con piacere in uno strano binomio che metteva insieme la parola “lavoro” e l’aggettivo “narrato”. Rimasi molto colpita da questa scoperta, quindi approfondii cliccando sull’hashtag e mi si aprì davvero un mondo nuovo davanti agli occhi: un mondo che ancora oggi è parte del mio stesso agire quotidiano.
Quel giorno del 2018 scoprii l’esistenza del blog #lavorobenfatto e cominciai a leggere le parole di Vincenzo. Folgorata da tutta quella bellezza di storie e racconti di lavoro e dignità, decisi che quell’anno avrei preso parte anch’io alla Notte del #lavoronarrato e scrissi un’email a Vincenzo chiedendogli come fare.
Lui mi rispose “sentiamoci per telefono così ti racconto tutto”. Il pomeriggio del 30 Aprile 2018, mentre passeggiavo di fronte al mare di Bari, la mia città, parlai per la prima volta al telefono con Vincenzo Moretti. In pratica lui mi raccontò gran parte della sua vita in circa due ore (o poco più) e io gli raccontai un pochino della mia perché ero quasi senza fiato, sopraffatta, vinta dalle tante cose belle che stavo ascoltando.
Chiusi il telefono a fine chiacchierata, presi un lungo respiro e continuai a passeggiare guardando il mare con il mio compagno. Lui pazientemente attese accanto a me tutto il tempo della telefonata e alla fine raccontai anche a lui ciò che Vincenzo mi aveva detto.
Durante la notte, tra il 30 Aprile e il 1° Maggio 2018, scrissi questo post per la Notte del #lavoronarrato.
Ed è così che il mondo di Vincenzo Moretti è diventato parte del mio: una bellissima parte del mio.   

S. Tutte e due crediamo nel valore che Vincenzo ha messo nel suo libro descrivendo il Lavoro Ben Fatto. Tu di recente hai rivisitato gli articoli del Manifesto in un meraviglioso lavoro con la tecnica dello scrapbook. Voglia di sperimentare linguaggi nuovi? Mi piace anche l’idea di chiedere ad ognuno il significato delle parole di ogni frase. Anche quello è un progetto in cantiere?

L. Ho scoperto la tecnica dello scrapbook in uno dei tanti corsi online che ho seguito. La voglia di sperimentare linguaggi nuova centra, ma non è solo merito di quella voglia se mi sono avvicinata al disegno di nuovo dopo tanti anni senza matita e senza colori. Devi sapere, Silva, che io sono facile preda delle campagne sponsorizzate sui social network.
Un sabato sera, scrollando Facebook, trovai la pubblicità di un corso che si chiama “Quaderno creativo” e pensai “Ecco ciò che cercavo!”
In realtà questa è una frase che esclamo più o meno per il 95% delle sponsorizzate che compaiono nella mia newsfeed ma non sempre poi procedo con l’acquisto. Quella volta procedetti e seguii con grande entusiasmo il corso, tanto da appassionarmi allo scrapbook, che unisce varie tecniche e strumenti tra cui: lettering, disegno a penna e a matita, pastelli, acquerelli, tempere, colori a olio, adesivi, journaling e tanto altro. 
L’idea di realizzare il Manifesto del Lavoro Ben Fatto in modalità scrapbook è nata in me in modo naturale, dopo aver comprato i primi attrezzi del mestiere: un blocco di fogli bianchi, due set di pennarelli colorati, adesivi, alfabeto in timbri, fogli per origami, carta colorata.
Al termine del corso mi ero ripromessa di realizzare il mio primo progetto di scrapbook, così come ci aveva suggerito l’insegnante. Cercavo qualcosa che per me avesse un grande profondo senso, cercavo qualcosa che unisse parole e immagini, concetti che potessero prestarsi bene anche a più interpretazioni.
Così ho scelto il Manifesto ed è stata una scoperta ad ogni articolo.
Ad ogni parola cercavo di dare una chiave di lettura con la scrittura e con i colori, ma anche attraverso le immagini e la mia fantasia. Cercavo connessioni tra gli articoli e la mia vita, tra gli articoli e l’arte e la musica.
L’idea poi di trasformare questo progetto di scrapbooking in un mazzo di carte da gioco è stata di Vincenzo Moretti.
Quando gli ho mostrato cosa avevo realizzato è stato talmente contento che ha voluto dar vita a un seguito, mettere le gambe a quei disegni, raccontarli e farli raccontare alle persone.
Così eccoci qui oggi: il progetto è in cantiere, le carte del lavoro ben fatto sono in stampa e presto gireranno tra le mani delle persone per raccontare le loro storie.
Ne sono felicissima! Se ti va di leggere/ascoltare in che modo Vincenzo e io abbiamo raccontato il progetto, trovi tutto qui: https://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2021/09/15/le-carte-del-lavoro-ben-fatto/ 

S. Contrariamente alle altre interviste, vorrei lasciarti “carta bianca” per aggiungere qualcosa di te che magari non ho colto e che vuoi lasciare ai miei lettori…

L. Ho un enorme difetto: sono frettolosa. Tendo a voler fare tutto e subito, a buttarmi testa e corpo in ogni progetto, in ogni testo che scrivo, in ogni intervista che preparo o a cui rispondo – come in questo caso.
La fretta però è cattiva consigliera, e temo sempre che mi faccia sbagliare.
Mi sento annientata da una sensazione di fiato sul collo, ed è come se avessi poco tempo.
Lo so, è un pensiero macabro ma è così: ho fretta di fare tante, troppe, cose quasi come fosse un antidoto alla fine dei giochi, al fischio che chiude la partita della vita. Ho molta paura di tutto ciò che rappresenta una fine, e quindi della morte, così come ho molta paura di sbagliare, di risultare inadatta o imperfetta agli occhi degli altri. Mi pongo obiettivi e standard alti senza però badare al presente, senza godermi bene il momento ma pensando già a ciò che accadrà dopo.
Quindi a te, Silva, e ai tuoi lettori vorrei lasciare come ultima diapositiva di me un mio tratto negativo che però può spingerci a fare ciò che riusciamo con i mezzi che abbiamo, a non guardare sempre ciò che fanno gli altri ma al nostro percorso, a non fare paragoni e a bastare a noi stessi.
Non so per te, ma per me provare a bastare a me stessa è un’impresa assai difficile. Così come è difficile per me godere appieno il presente. Eppure ci vorrei tanto riuscire un giorno, e credo che volerlo sia un buon inizio per raggiungere la vera pace con se stessi.
Tu cosa ne pensi?
Grazie Silva per avermi permesso di raccontarmi sul tuo blog: questa è la prima intervista scritta che mi viene fatta e sono felice che la mia prima intervistatrice sia stata tu.

S. Grazie a te Laura. Ora ti conosco un po’ meglio e ho scoperto come persone tanto diverse possono avere punti di contatto e valori forti in comune.


Caro lettore, se sei arrivato fin qui, ti ringrazio. Forse anche a te piacciono le storie belle e un po’ lunghe da leggere.
Io ho imparato un po’ di più del mondo di Laura, del suo carattere e della sua instancabile voglia di fare.

Nessuno si senta escluso

ovvero l’art. 52 del Manifesto del Lavoro Ben Fatto

Ho ripensato a queste 4 parole, quando ho letto l’articolo pubblicato da Laura Ressa sul suo blog.
E ho rivisto me stessa: il mio modo di vivere e collaborare.

Quante volte ho pensato, detto, scritto e ripetuto che le mie idee sono “usa o getta”? Sempre.

Spesso mi sono messa umilmente al servizio della mia comunità, soprattutto in parrocchia, in diversi ambiti, tanto da diventare un vero e proprio punto di riferimento.
Eppure è un piccolo “traguardo” guadagnato con l’impegno, la disponibilità e l’esempio.
Quanto vorrei che altri potessero arrivare a questo traguardo.
“Nessuno si senta escluso”.
E il bello è che non si vince nulla, anzi, sì: si riceve molto di più di quanto si dona.
Si diventa ricchi nel cuore, nelle relazioni, nella stima, nei sentimenti.

Quante volte ho pensato: “io ci sono, ma se altri vogliono aggiungersi, ben venga!”

Lavorare in gruppo è bello, delegare alcuni compiti lascia più tempo per me. So che mi posso fidare. E se le cose non riescono bene, pazienza. La prossima volta andrà meglio.

In parrocchia ho abbandonato diversi impegni, ma ho conservato il catechismo. Quando inizio un nuovo percorso vengo a contatto con famiglie nuove, genitori diversi e magari pure disposti a dare una mano. A volte aspettano solo un invito.
Chissà perché è così difficile fare il primo passo da soli?

Sì, credo proprio che il mio è un approccio “art.52”: nessuno si senta escluso!
Venite e vedrete, chiedete e troverete, bussate e vi sarà aperto… diceva Qualcuno (un certo Gesù di Nazaret)


(L’immagine in copertina è la rappresentazione in scrapbook del testo fatta da Laura Ressa

Notifiche sì, notifiche no…

Tre anni fa, il 16 agosto 2018, Riccardo Scandellari postava un articolo sul suo blog, che mi ha fatto prendere la saggia decisione di seguirlo. Si intitolava: “Noteranno che me ne sono andato?”
Il piccolo articolo – che informava i lettori di un periodo di meritata pausa – è stato un pretesto per fare una riflessione su come pubblichiamo i contenuti e come si possono seguire le persone on line.

A un certo punto Riccardo scrive:
“Quelli da cui posso imparare possono evitare di mandarmi notifiche, perché sono io ad andarli a cercare con frequenza. Così vorrei accadesse anche a me.”

Detto, fatto. Riccardo è una delle persone autorevoli che seguo, ma non ho attivato nessuna notifica, benchè il suo blog inviti a farlo. E ho preso la buona abitudine di commentare i suoi articoli direttamente nel blog, tornando poi a vedere se c’è una risposta. Che puntualmente arriva.


Con questo articolo vorrei inaugurare una nuova serie di racconti, piccole riflessioni sulla nostra “vita digitale” e come abitiamo la nostra presenza in rete.
Ci sono persone più autorevoli di me, ma anche io vorrei fare il punto su alcune cose che sto imparando da loro e che davvero possono fare la differenza. Ad esempio le fatidiche notifiche.

Spesso ho ascoltato, da chi lavora tutti i giorni nel mondo digitale, l’importanza – per una buona qualità della gestione del tempo di disattivare le notifiche: uno su tutti, un tal Raffaele Gaito, che spesso cito a braccetto con Riccardo perché li considero maestri generosi per la mia crescita digitale.

Spesso mi soffermo sui video di Raffaele su Youtube. E a volte – prima di entrare nel merito dell’argomento di turno – è lui stesso che invita gli ascoltatori ad attivare le notifiche (la campanella) sul suo canale per non perdere i nuovi video.

Tanto per intenderci, tipo questo (sono solo 12 secondi):

Lo stralcio da un video Youtube di Raffaele Gaito

Ci ho pensato su un po’, ma a volte la pazienza aiuta.
Quella che subito mi era sembrata “incoerenza” alla fine non lo è.
Perché le notifiche che distraggono, quelle che ci interrompono, sono le cosiddette notifiche “push”, un suono e un numerino sull’icona dell’app del cellulare. Quelle sono deleterie per la qualità del tempo (e del lavoro).

Le altre (l’attivazione delle notifiche attraverso la “campanella”) funzionano in modo diverso: il numerino o il pallino rosso compare quando apri l’app (mobile o desktop) oppure avvisano tramite mail.

Ti confesso che mi ci è voluto il ricovero in ospedale per un tempo prolungato per prendere la saggia decisione di toglierle le notifiche. Ho lasciato solo Whatsapp che mi serviva per comunicare con la famiglia.


Io comunque preferisco una terza strada. Google Alert è un ottimo strumento per ricevere (sempre nella mail) un riassunto dalle pubblicazioni sul web su un determinato argomento (una parola, un nome, un luogo). Per ora ne ho attive solo due, e su due persone.

Una è Raffaele, che ringrazio per avermi concesso di scaricare e “tagliare” un suo video.
Però – se vuoi – qui puoi vedere il video completo, così scopri qualcosa in più su di lui:

Oggi concludo qui. Spero che questa nuova rubrica ti sia utile. Fammi sapere cosa ne pensi.
Alla prossima!


P.S.: Ti consiglio anche di guardare i blog di questi due amici. Il mio articolo era praticamente pronto per la pubblicazione, ma Raffaele ha programmato per domenica mattina la pubblicazione di un post dove invita a consultare la sezione dei suoi webinar gratuiti. Ma anche Skande merita una letturina, soprattutto se scrivi sui social, o vuoi imparare come “si sta” bene sul web.

Il blog di Riccardo Scandellari: Skande.com

Il blog di Raffaele Gaito: raffaelegaito.com

Giulia e Luca: una bella storia

Oggi vi racconto una storia che conosco solo “in parte”, perché la seguo da osservatrice, e sono sicura che c’è molto, molto di più.

I protagonisti sono due giovani sposi: Giulia e Luca.

Due amici? Non proprio.
Almeno per me.
Potrebbero sembrare due nomi comuni, ma se ci aggiungo i cognomi, molti dei miei amici sapranno meglio di me di chi sto parlando.
Lei all’anagrafe fa Lapertosa, lui La Mesa.

Perché un articolo su due persone come tante che si trovano sui social network?
Potrei definirli due giovani imprenditori e due persone altamente generose, disponibili e competenti. O almeno, questo mi sembra che sia l’approccio che usano in tutte le cose che fanno.

Adoro le soft skills e – quando riesco – mi alleno per migliorarle, anche solo seguendo chi è più bravo di me.

Se ho deciso di mettere in un articolo Giulia e Luca non è certo per fare pubblicità a loro, non ne hanno bisogno. Però questi due ragazzi un anno fa anno creato carriere.it, il progetto di formazione continua ad alto impatto sociale e a basso costo, a disposizione di tutti quelli che vogliono migliorare le proprie competenze nel digitale. Ci ho fatto un giro, e l’idea mi piace molto.

Vorrei soffermare l’attenzione su una riflessione che ho fatto tra me e me quando ho letto il post che hanno pubblicato nei giorni scorsi, commentando il primo anno di vita di carriere.it e una sua evoluzione, nata proprio da poco.
Il post completo lo potete leggere qui:

https://www.facebook.com/luca.lamesa/posts/10222662793892597

Generosità e disponibilità
Da tempo seguo quel che pubblica Luca soprattutto sui corsi di formazione riguardanti il Social Media Training e spesso su Instagram leggo di offerte di lavoro in questo settore che lui gira ai suoi studenti più bravi.
Ma prima ancora di queste importanti opportunità, quello che apprezzo di Luca è la sua generosità e disponibilità a rispondere davvero a tutti.
Cosa non semplice, visto il seguito che ha.

Giulia, che conosco molto meno, ha avuto un’intuizione geniale (l’ho scoperto dalle storie di Instagram di Luca che è stata lei): dare la possibilità di provare gratuitamente i corsi.
È proprio vero che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna!

Competenza
Ho fatto un giro su carriere.it e davvero i docenti sono persone di primo livello.
E credo che mantenersi aggiornati in un mondo – come quello digitale – che evolve molto velocemente sia davvero importante. Anche per chi un lavoro già ce l’ha.

Credo proprio che Giulia e Luca abbiano fatto una cosa bella e utile.
E credo che tornerò a parlarne.

Basterebbe davvero poco per entrare nel loro mondo. E non è detto che dopo questo articolo lo faccia per davvero. Sono amici di miei cari amici che più di una volta sono stati protagonisti di interviste e articoli sul mio piccolo blog (due su tutti Andrea Pietrini e Jacopo Mele).

Grazie Giulia, grazie Luca, il vostro post mi ha dato l’opportunità di iniziare a parlare di una cosa così bella.

Un mese con il Covid asintomatico

3 ottobre. Dopo colazione si presenta il medico di turno. Sta sulla porta e come prima domanda ci chiede se siamo arrabbiate.
La mia compagna di stanza ovviamente sì.
Io non ne vedo il motivo.
Alla fine sto già peggio di lei, ho comunque bisogno ancora di cure e dall’esame del muco nasale hanno rilevato tracce di questo maledetto virus. È solo questione di tempo per gli asintomatici perché se ne vada. Ma nessuno sa dire quanto.

Il medico mi prescrive il cortisone per aiutarmi a togliere più in fretta l’ossigeno. E guarda caso, è una delle soluzioni che aiutano i malati di Covid.

Dobbiamo trasferirci al reparto infettivi, e il protocollo prevede che sia noi che le nostre cose ci dobbiamo spostare con particolari precauzioni: mascherina (ma quella già la usavamo), copriscarpe, camice sopra i vestiti e la valigia in doppio sacco.
Parto prima io insieme a Emiliana (quella che era a Novara insieme a me), positiva asintomatica pure lei.

Così finiamo nella stessa stanza, mentre la signora che era con me fino ad ora sale più tardi.

Benvenuti sulla Luna

Il reparto di pneumologia nel giro di qualche giorno arriva a riempirsi con pazienti tutti positivi al Covid, più o meno gravi.
Questa clinica è il punto di riferimento per tutti gli ospedali della zona dove vengono ricoverati i pazienti che – usciti dalle terapie intensive – hanno bisogno di riabilitazione respiratoria. Uno dei problemi più gravi che rimangono per chi il Covid lo subisce pesantemente.

Ma ora il focolaio è interno alla struttura, per alcuni giorni – come leggerò su Internet – la clinica non accetta più pazienti esterni.
Io invece ci sono dentro.

Le regole sono più feree: non si esce dalla camera se non per recarsi nella piccola palestra a fare solo la mezz’ora di cyclette, e la mascherina va tenuta giorno e notte. Mi ci abituo, e pian piano prendo il ritmo di questo nuovo reparto.

Il personale fa turni da 6 ore e tutti sono bardati da cima a fondo con tute bianche, mascherine visiera guanti e sacchi copriscarpe. Ognuno con il pennarello scrive sulla tuta il suo nome e il suo ruolo:
IP, infermiere professionale,
OSS, operatore socio sanitario;
i medici hanno il cognome scritto e li riconosci perché al collo portano lo strumento per ascoltare il respiro.

Pare davvero di essere sulla Luna… e invece siamo ben ancorati sulla Terra!
Il cortisone fa effetto e con il passare dei giorni, nel giro di una settimana l’ossigeno inizia a darmi fastidio: non ne ho più bisogno.

Il protocollo Covid a ottobre 2020 prevede due possibilità: decidere di uscire dalla clinica da positivi, ma bisognerà stare in casa isolati per 14 giorni e poi ripetere il tampone, oppure aspettare di avere 2 tamponi consecutivi negativi.

Il quinto tampone mi viene fatto il 12 ottobre. Ancora positivo.
Ho un crollo psicologico. Ci può stare, dopo tutto quello che ho passato?
Credo di sì.

Mi riprendo in fretta e nelle settimane successive ne faccio altri 3,
sempre di lunedì.
Sempre positivi.

Ormai non ho più bisogno di riabilitazione e di tanto in tanto leggo o scrivo.

Durante la mia permanenza in clinica, libera dall’ossigeno, mi torna la voglia di scrivere. Lascio un post su Facebook e lo mando anche alla caposala del reparto dove sono ricoverata:

Cuore e… Covid
A un mese dall’intervento al cuore va tutto bene, a parte quel virus che è entrato nel mio organismo non so come e quando. E la cosa più strana è che ci sto convivendo senza sintomi.
Bene, ma sono contagiosa. E non so quanto.
Dopo quindici giorni abbondanti non so se se n’è andato questo ospite indesiderato. Ne saprò di più la prossima settimana, con i tamponi previsti.

Qualcuno mi ha detto che è probabile che diventi negativa, visto che è parecchio tempo che sono positiva, ma non è mica vero. Non si può parlare di probabilità con una malattia che si conosce molto poco.
In questi quindici giorni trascorsi nel reparto Covid, dove tutti siamo infetti, ho apprezzato (e a loro va tutta la mia stima) il lavoro del personale: medici, infermieri, oss, fisioterapisti e personale delle pulizie. Tutti avvolti da tute bianche, sacchi sui piedi, guanti e visiere che poco lasciano alla traspirazione.
E a noi in fondo cosa è richiesto? Di tenere una mascherina, chirurgica, da tenere su bocca e naso. Lavare spesso le mani, e stare in camera, riducendo al minimo il contatto con gli altri pazienti.
Ormai la mascherina è diventata quasi parte del mio volto: la uso giorno e notte (sono comunque in camera con un’altra signora) e penso che anche a casa continuerò a usarla.
Sorrido, nella foto, sotto la mascherina. Si intravede dagli occhi.
So che non è detto che possa tornare negativa, ma oggi il mio pensiero va proprio a tutto il personale che è qui e ci cura.

E – se servisse – rinnovo l’invito a chi sta leggendo queste mie parole, ad usarla la mascherina. È lo strumento più semplice e pratico per ridurre la possibilità di contagio.
Buon weekend a tutti gli amici, ma soprattutto a chi ha scelto il mestiere di medico e infermiere: siete persone davvero preziose.”

All’ottavo tampone del 26 ottobre – ancora positivo – decido per l’isolamento a casa.
Ho sempre rispettato le regole ma lì dentro penso che il virus sia nell’aria.
Forse a casa se ne andrà più in fretta.

Dopo 15 giorni il Covid mi lascia e finalmente posso pensare solo alla convalescenza per riprendermi dall’operazione. Il cuore non è più affaticato, è tornato alle sue dimensioni normali.
Al controllo cardiologico a tre mesi dall’operazione posso finalmente togliere il Coumadin e sospendere i prelievi periodici di sangue.


E con questo articolo si conclude anche questo racconto a puntate.
Denso di ricordi di un tempo che non sono riuscita a raccontare in presa diretta.
Almeno ora ci sono.
Grazie, caro lettore, se hai avuto la pazienza di leggermi!


Foto di copertina di Karolina Grabowska da Pexels