il #Disobbediente… a catechismo

“Prega come se tutto dipendesse da Dio,
agisci come se tutto dipendesse da te”.

Apro questo articolo con una citazione attribuita a Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, i gesuiti.
Perché?
Non la conoscevo, almeno non prima dell’ottobre 2017, quando l’ho sentita alla presentazione del primo dei tre #Disobbedienti, al Senato in un passaggio dell’intervento di Andrea Franzoso. Il video di quella giornata l’ho messo nell’articolo Andrea & Andrea: le connessioni generose. È uno dei capisaldi che guidano le sue scelte. Anche quella di denunciare.

L’esperienza di vita di Andrea – che ha trascorso quattro anni con i gesuiti – mi ha fatto balenare un’idea nella primavera del 2019.

Chi mi conosce lo sa: oltre alla famiglia e al lavoro dedico parte del mio tempo in diversi servizi per la mia parrocchia e – fra questi – il catechismo per i ragazzi.
Non è un mero insegnamento di nozioni, ma è molto di più: trasmettere la fede prima con il mio “essere” cristiana e poi con qualche spiegazione.

Mi piace dire che i ragazzi che accompagno in questo percorso dalla seconda elementare alla prima media sono un pochino delle mie “creature”: attraverso il catechismo ho l’opportunità di seminare, annaffiare e curare piccole pianticelle fragili nel terreno immenso della fede.
I frutti non si raccolgono quasi mai subito, ma con il passare degli anni, quando ormai il mio servizio – per quel gruppo di ragazzi – è finito.
Si torna per un poco “servi inutili”, prima di ripartire con altri ragazzi da accompagnare e far crescere.

Il libro di Andrea è uscito a ottobre 2018 e io avevo iniziato con i miei ragazzi di prima media l’ultimo anno in preparazione alla Cresima.
La sua storia già la conoscevo – con il libro del 2017 – ma questo secondo, più bello, intimo, arricchito di episodi di vita personale, forse poteva dire qualcosa anche ai miei ragazzi.

In genere, per la preparazione alla Cresima, fra i temi principali, si cerca di spiegare il significato dei sette doni dello Spirito Santo, compito piuttosto arduo! Anche se credo fortemente che sia Lui – lo Spirito Santo -che mi guidi nella vita, nelle mie scelte, nel mio agire quotidiano.

Così mi sono domandata: ci sarà qualche passaggio nel libro dove trovare lo Spirito Santo nella vita di Andrea? Forse proprio nel periodo con i gesuiti…
Sfoglio il libro, ancora una volta… ecco! Un episodio che passa quasi indisturbato:

“Nel luglio del 2009 ho fatto una cosa folle: un pellegrinaggio in povertà. Ho percorso 300 km a piedi da Roma a Loreto senza un soldo in tasca, né telefonino; solo il sacco a pelo e uno zaino con la biancheria di ricambio, lo spazzolino e il dentifricio. Ero con due amici; per mangiare, bere, lavarci, dormire ci affidavamo alla generosità delle persone che incontravamo. In 10 giorni di marcia non ci è mancato nulla Abbiamo ricevuto tutto ciò di cui avevamo bisogno e molto di più”.

Eppure, non mi bastava: quella che all’inizio poteva essere una semplice riflessione buona per un singolo incontro, ben presto si è trasformata in qualcosa di più bello e articolato.

Così, prima delle vacanze di Pasqua, ho regalato 16 #Disobbedienti ai miei 16 ragazzi, chiedendo loro l’impegno di iniziare a leggere quel testo.

Intanto io mi sono tuffata nella rilettura di tutto il libro – che è sempre un piacere! – ma con gli occhi della catechista, per trovare nella vita di Andrea i sette doni dello Spirito Santo: la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timor di Dio.
Come è andata? Beh, c’erano tutti, e in più di un episodio.

Per ogni passaggio significativo, una linguetta colorata; e alla fine il mio #Disobbediente è diventato così:

il libro con tutti i doni dello Spirito Santo

È stato bello, poi, discutere con i ragazzi dello Spirito Santo e di come i suoi doni possono indirizzare la vita quotidiana, prendendo ad esempio una vita vera.

Una presenza discreta

Ho provato ad organizzare un incontro con Andrea, con altre parrocchie vicine;
non ce l’ho fatta…
Più di una volta i ragazzi mi hanno posto la domanda: “Ma Andrea viene?”, e – con mio rammarico – ho sempre dovuto rispondere negativamente.
Anche se un regalo – davvero inaspettato – Andrea lo ha voluto fare ugualmente.

Il regalo di Andrea

Pur non essendo materialmente con noi, la presenza discreta di Andrea, il suo voler esserci in qualche modo, ha accompagnato me e i miei ragazzi nell’ultimo tratto di cammino fino al giorno della celebrazione.

È stata davvero una bella conclusione di un percorso di fede; spero che quei 16 #Disobbedienti abbiano lasciato un seme nelle vite di questi ragazzi.


La divisa del cristiano

Vorrei lasciare un’ultima considerazione in merito alle tante vite vissute da Andrea nei suoi primi 40 anni:
se è vero che dall’Arma ci si può congedare, da un ordine religioso uscire, e un lavoro lo si può perdere o cambiare, i “panni della fede” quelli no, rimangono: un po’ cuciti nel cuore e nell’anima, un po’ traspaiono dal sorriso e dagli occhi.
E quelli di Andrea sono davvero radiosi.

Andrea Franzoso in una foto di Isabella De Maddalena

Caro lettore, se hai seguito la mia narrazione della storia di Andrea e del suo #Disobbediente dall’inizio di luglio, con il prossimo articolo concluderemo questo percorso estivo.

Orariosantemesse

11 agosto. Santa Chiara.

Per me una ricorrenza speciale, e quest’anno sono 5 gli anni che mi legano a persone che stimo e che hanno creato qualcosa di davvero bello.

Sono Saverio Mancino, Andrea Pietrini e Mara d’Egidio, che hanno dato vita al portale Orariosantemesse.org, un progetto che ho da subito amato.

Al servizio delle parrocchie, contiene i dati degli orari delle messe di moltissime chiese e parrocchie d’Italia (più o meno 25000); ma l’intenzione dei fondatori, che oggi sono miei cari amici, mira ad altri obiettivi.

Fra qualche giorno ve ne parlerò meglio.

Oggi questo piccolo post è un ringraziamento per tutto quello che in questi 5 anni Mara, Saverio e Andrea hanno portato nella mia vita.

8 agosto: un anno con il Lavoro Ben Fatto

Caro Vincenzo,
è già passato un anno da quando ho comprato e letto il libro del Lavoro Ben Fatto. Quello con la copertina che respira… perché è bene che tenga la bocca aperta, da solo e attraverso le tante persone che ogni giorno adottano la sua filosofia nella vita quotidiana.

“Se non ora quando?” è il refrain che da un anno accompagna i post dove metti il link ed inviti chi ci capita sopra ad andare su Amazon e comprarlo; come vedi l’ho fatto anch’io…

Da subito questo libro è diventato molto di più: un’amicizia sincera, tanti racconti e contaminazioni fra un sociologo che oggi è più un artigiano narratore, e una piccola informatica con la passione per le storie belle, fino all’approdo alla Piccola Scuola.

Se guardo indietro posso dire davvero di aver ricevuto tanto, e di aver dato altrettanto.
Senza muovermi di un centimetro in altezza sono cresciuta, anzi mi sono evoluta, raccontandomi e raccontando a mia volta.

Mi è piaciuto fin da subito il Lavoro Ben Fatto:
mentre mi guadagnavo (non so come ancora) un angolino su Novà, nel tuo blog, mi è venuto naturale rendere il favore (a te e al libro) attrezzando una sezione tutta nuova sul mio blog;
ti ho intervistato insieme a Luca;
ho raccontato le “mie” parole forgiate;
ti ho fatto conoscere un pezzettino del mio paese – Gargallo – raccontandolo nella settimana del Lavoro Narrato.
E – dopo essere stata un po’ sulla porta – sono entrata nella Piccola Scuola, dove ci sei sempre tu, insieme a Jepis: lì succedono cose meravigliose, attraverso i racconti.
Sulla mia ScritteTAQ conservo i pensieri più belli che mi avete indirizzato, tu e gli altri amici, che ho conosciuto frequentandola

Se è stata “Buona la prima”, chissà le prossime…

Vincenzo Moretti - artigiano narratore (foto di Giuseppe Jepis Rivello)
Vincenzo Moretti – artigiano narratore (foto di Giuseppe Jepis Rivello)

Grazie Vincenzo per il dono prezioso che sei per chiunque ti conosce,
grazie per le storie che scrivi,
grazie per essere mio amico.

Tu scrivi:
“Siamo quelli del Lavoro Ben Fatto, e vogliamo cambiare il mondo.”

Beh, nel 1200, un certo Francesco, il poverello di Assisi, divenuto prima Santo e poi Patrono d’Italia diceva:

“Cominciate col fare ciò che è necessario,
poi ciò che è possibile,
e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Anche questo è Lavoro Ben Fatto… in perfetta letizia.


P.S. : non serve, però lo scrivo lo stesso. L’immagine in copertina (che in teoria non c’entra nulla con tutto il resto), in realtà rappresenta quello che volevo dire e fare oggi: un dono a parole che nasce dal cuore, idealmente passa dalla mia mano alla tua, ed è pensato con la mente: “testa – mani – cuore”… tutto torna!

Pagina 71: nome e cognome

Eccoci alla pagina che volevo raccontare.
Pagina 71 del libro “#Disobbediente! Essere onesti è la vera rivoluzione”.

A dire il vero – se stai leggendo il racconto che mi ha portato fino a qui – questo esperimento di narrazione è diventato ben più ampio del racconto di una pagina di un libro, e continuerà ancora un pochino.

Ma andiamo con ordine.
Ci eravamo lasciati (a pagina 61) con il dialogo fra il maggiore e Andrea alla caserma dei carabinieri, e con le mie riflessioni sulla denuncia.
Poco più avanti, nella pagina 71, siamo ancora in quella caserma.
Andrea ha avuto una notte di tempo per riflettere, anche se lui, la sua decisione, l’aveva già presa.

Ti invito ad ascoltare la mia lettura di quella pagina:

Pagina 71: quella firma ero io

In quella firma c’ero io, tutto intero;
quella firma ero io.

Ecco il punto centrale del libro e della storia di Andrea, quella che dà senso e significato a tutto il resto: all’Andrea delle scuole medie,
al giovane capitano dei Carabinieri,
al gesuita
e all’impiegato.
E poi ancora ad Andrea:
testimone di onestà,
punto di riferimento per molti lavoratori,
autore di libri
ed esempio per molti, moltissimi ragazzi.

Nome e cognome

“Andrea Franzoso”, ma potrebbe pure essere “Silva Maria Giromini” o “Mario Rossi”.
Ognuno di noi ha un’identità racchiusa in quelle due (a volte tre, se come me si hanno due nomi) parole.
Il nostro nome e cognome non lo scegliamo noi, ma dicono da dove veniamo e chi siamo.
E chissà quante volte, nella vita, ci capita di dover usare quelle due parole per sottoscrivere un documento:
mettendo il nostro nome e cognome identifichiamo – senza ombra di dubbio – che ciò che vi è scritto ci riguarda, ci appartiene.

Tornate un momento con me in quella caserma, in quel 10 febbraio 2015: la narrazione di Andrea alla pagina 71 è chiara e semplice. Pare di vederlo, in quell’ufficio angusto, seduto di fronte al maggiore e a un tenente che trascrive la sua deposizione.
Andrea racconta i gravi fatti scoperti in azienda, consegna la relazione che dettaglia spese e rimborsi indebitamente richiesti, fa nomi e cognomi: altri, quelli dei responsabili, e – come ultimo atto – sull’esposto stampato ci mette il suo, aiutato – così scrive – da una semplice bic, ignara co-protagonista di un momento che ha segnato la storia, quella personale di un giovane lavoratore onesto e quella di una vicenda di corruzione che non rende certo onore alla nostra bella Italia.

Quella firma: un gesto semplice ma potente

Sottoscrivendo l’esposto Andrea ha scelto la via più rischiosa per il suo lavoro: non essendoci – all’epoca dei fatti – tutele per i lavoratori che segnalavano illeciti nel luogo di lavoro, prima Andrea è stato demansionato e poi ha dovuto accettare la risoluzione del contratto, perdendo – di fatto – il suo impiego.
Ma agendo in modo anonimo o confidenziale, per scelta, etica e carattere Andrea avrebbe avuto problemi con quella cosa che abbiamo tutti noi umani che si chiama “coscienza”.
Avrebbe potuto sì preservare il lavoro, ma sarebbe dovuto tornare in ufficio con quel segreto che gli sarebbe pesato come un macigno.
Invece la sua scelta lo ha reso un uomo libero. Consapevole – certo – delle conseguenze di quel gesto, ma comunque con un peso in meno sul cuore.

Altri nomi

Credo che per spiegare meglio la scelta di Andrea sia utile ascoltare direttamente da lui un altro passo del libro, ma prima di farlo, ti faccio vedere questa foto:
è la dedica del libro.

La dedica nel libro

Ogni buon libro ne ha una.
Forse Andrea, sapendo che questo testo era stato da lui concepito per i ragazzi, ha pensato al piccolo Riccardo, il nipotino che qualche settimana più tardi dell’uscita del libro sarebbe nato, da sua sorella.
Una sorta di eredità per il suo futuro.

E proprio il dialogo con Sara – sorella di Andrea – ci aiuta a capire la sua ferma decisione.


Io sono

Mentre mettevo giù questi pensieri, mi è tornata alla mente questa espressione, presente nella Sacra Scrittura. Esodo, se non ricordo male.
Dio si presenta a Mosè – da un roveto ardente – identificandosi proprio con questa espressione: “Io sono”.
Dire “io sono” è un segno identificativo forte, quasi pari a nome e cognome.
Se preferisci, inverti le due parole: “sono io”.
Quante volte ti sarà capitato di dirlo ad amici e parenti?
Pensaci… non è forse anche questo un modo per affermare la nostra esistenza?


Se ti stai chiedendo perché “ho scomodato” addirittura Dio, lascia che ti dica che la fede per me – e anche per Andrea – è importante. Il “#Disobbediente” l’ho pure usato con i miei ragazzi a catechismo. Nel prossimo articolo ti racconterò come la vita di Andrea mi sia servita anche in quel contesto.

Pag. 61 – Denunciare: quando, dove come e perché

Apro questo nuovo articolo proponendoti – caro lettore – di ascoltare la mia lettura della pagina 61 del libro “#Disobbediente! – Essere onesti è la vera rivoluzione”.

La pagina 61 del libro letta da me

Questo brano del racconto di Andrea ci porta all’interno della sua storia.
Non è ancora la parte del libro che avevo scelto di raccontare (che sta poco più avanti), ma mi serve per poter riflettere su alcuni temi.

Per chi non avesse letto il libro o non conoscesse la storia di Andrea Franzoso, riporto qui – brevemente – quello che è accaduto.
Andrea, ex impiegato nell’internal audit in Ferrovie Nord Milano (un’azienda privata a partecipazione pubblica di Regione Lombardia) scopre nel 2015 rimborsi spese non proprio riconducibili all’attività dell’azienda, fatte dall’allora Presidente, suoi famigliari ed altri responsabili d’azienda. Scrive una relazione da presentare all’organismo interno di controllo, ma ben presto si accorge che tutto sarebbe finito in nulla. Così decide di denunciare il tutto direttamente ai carabinieri.
Il resto è storia.

Denunciare: dove?

Lo si può fare (almeno negli enti pubblici) presentando una segnalazione all’organismo interno di controllo (il Responsabile della Prevenzione della Corruzione), all’Autorità Nazionale Anticorruzione, o direttamente alle Forze dell’Ordine.
Nella vicenda di Andrea, in Ferrovie Nord Milano, se ne sarebbe dovuto occupare il “Collegio Sindacale”; purtroppo, però, anche in quella sede non c’è stata la volontà di prendere sul serio la questione.


Denunciare: quando?

Denunciare, attraverso una segnalazione, più o meno articolata, quando qualcosa di illecito sta accadendo nel luogo di lavoro.
Non per semplice ritorsione nei confronti di qualche collega, ma quando si è a conoscenza di fatti che recano danno all’azienda e alla società.
Andrea aveva scoperto un sistema corrotto ai vertici dell’azienda; quando ha capito che non avrebbe ottenuto nulla, ha presentato l’esposto ai Carabinieri.

Denunciare: perché?

Lo si fa (lo si dovrebbe fare), per sradicare comportamenti non corretti; lo si fa per sé, per il bene disinteressato dell’azienda e della società. So cosa pensate: facile scriverlo, meno facile farlo davvero. Andrea si è trovato – come molti suoi ex colleghi – davanti a fatti estremamente gravi, ma – come ho raccontato in articoli precedenti (Chi è Andrea Franzoso Ecco perchè) – per carattere ed etica personale, non ha fatto finta di niente.
Non ha avuto paura.
Ha fatto quello che ha ritenuto giusto. 
Da cittadino onesto ha deciso di agire per salvare la sua dignità.

Denunciare: come?

Nella pagina 61 del libro, il maggiore dei Carabinieri descrive tutte le possibilità che un cittadino può trovarsi ad affrontare se vuole fare un esposto alle Forze dell’Ordine. Scegliere l’anonimato o la via confidenziale: si riferiscono i fatti e dopo questa “soffiata” le forze dell’ordine possono dar via alle indagini. Oppure fare una segnalazione e firmarla con nome e cognome… praticamente “mettendoci la faccia”.  
Se avete ascoltato la mia lettura, Andrea ha scelto la terza opzione , e – nel 2015 – davvero non ha avuto vita facile. Ma ci tornerò.

La parola che non c’è, la legge che (ora) c’è

Andrea è un whistleblower. Non esiste un termine in italiano che abbia un’accezione “positiva” per identificare le persone che denunciano fatti illeciti sul luogo di lavoro; così si ricorre al termine inglese che ha origine dall’espressione “blow in the whistle”, letteralmente: “soffiare nel fischietto”. Come gli arbitri, che fanno rispettare le regole.

La vicenda che ha visto protagonista Andrea mi tocca da vicino, come dipendente di una Amministrazione Pubblica. E’ anche grazie alla sua storia che a fine 2017 è stata approvata una legge per cui ogni Ente pubblico deve dotarsi di un sistema per gestire questo tipo di segnalazioni, che garantisca la riservatezza e permetta l’identificazione del segnalante, tutelandone i diritti di lavoratore. Non a caso questa legge introduce il cosiddetto “istituto del whistleblower”, il dipendente che vuole segnalare degli illeciti sul luogo di lavoro: questo tipo di segnalazioni può essere gestito internamente, attraverso un software, da adottare a cura del Responsabile Anticorruzione dell’Ente Pubblico. E nella stessa Legge sono definite le tutele per il lavoratore che segnala “mettendoci la faccia”.

Insomma – se quella Legge ci fosse stata nel 2015 – Andrea il posto di lavoro non lo avrebbe perso.
O – forse – dopo la segnalazione e le indagini, se ne sarebbe andato da solo, chissà…

La materia è abbastanza delicata, non tutti trovano il coraggio di denunciare, forse non ne sarei capace neanche io… Ma la storia di Andrea ha dato coraggio a molti dipendenti pubblici e privati di denunciare. 

Essere onesti è la vera rivoluzione

Il libro di Andrea porta questo testo, sotto a #Disobbediente!, scritto come hashtag, per essere un linguaggio più vicino ai ragazzi.
La sua storia dice che la via dell’onestà è l’unica possibile.
È l’unica che può rivoluzionare il nostro Paese.

Rubo da un lavoro che sta facendo Laura Ressa questa immagine, che è la naturale prosecuzione della mia riflessione sulla storia di Andrea:

Il Cambiamento – Scrapbook di Laura Ressa

È l’art. 29 del Manifesto del Lavoro Ben Fatto: “Il cambiamento riguarda tutti”.
Andrea lo sa bene. E la sua storia la va raccontando con il suo libro nelle scuole di ogni ordine e grado, in tutta Italia. Io ci ho fatto catechismo, ma ve lo racconto in una delle prossime settimane.

Nel prossimo articolo approfondirò il “nocciolo” della storia di Andrea, che qui ho volutamente tralasciato.