Sabrina Lettieri: artigiana del racconto attraverso le bambole

Tornano le mie interviste dal basso. L’ospite di oggi è una ragazza: come tante delle mie conoscenze l’ho incrociata attraverso l’Internet delle persone. Abita a Solofra, e “costruisce” bambole. Ma vorrei dare a lei la parola.


Ti potresti presentare brevemente?

Il mio nome è Sabrina ed ho sempre avuto difficoltà nel dare una definizione di ciò che sono. Probabilmente perché non lo so ancora. Probabilmente perché sono stata cose diverse. Ed anche perché credo che questo sia un limite comune.
Sono un’artigiana, e da quando ho frequentato la Piccola Scuola per artigiani del racconto di Giuseppe Jepis Rivello e Vincenzo Moretti, sento di potermi attribuire questa ulteriore connotazione del racconto.   
Forse fare un piccolo salto nel passato mi aiuta a chiarire quella definizione.
Ho sempre amato disegnare, sin da quando ero bambina. E mi affascinava osservare mia madre alla macchina da cucire. Ero rapita dai pezzetti di stoffa che lasciava dietro sé nei suoi lavori di taglio. Ne osservavo la trama, e mi chiedevo se fossero in grado di poter raccontare ancora qualcosa. Così li conservavo in attesa di una ispirazione, e spesso li utilizzavo per realizzare accessori per i miei giochi. Amavo realizzare esperimenti dello stesso tipo anche utilizzando vecchie scatole di cartone. 
Nonostante questa evidente inclinazione alle arti manuali, ho intrapreso percorsi di studio “fuorvianti”, di carattere multidisciplinare. Il Liceo delle Scienze Sociali prima, la Facoltà di Scienze Politiche poi. Però per fortuna, durante entrambi i percorsi, sono riuscita a dare sfogo alle mie propensioni, sfruttando il disegno e ispirandomi alle persone che popolavano il mio mondo. 
Mi piaceva enfatizzare le loro caratteristiche, in chiave umoristica. 
Ero felice quando vedevo quelle persone sorridere, e ritrovarsi nel mio tratto.
Terminati gli studi, ho iniziato a lavorare in un’azienda di logistica e trasporti. Lì mi occupavo principalmente della fatturazione passiva dei traporti intermodali, che dunque l’azienda effettuava tramite mare e tramite rotaia. Ero felice che mi fosse stato attribuito proprio quel ruolo. Mi piaceva l’idea di quella tipologia di viaggio, e spesso mi perdevo immaginando i rimorchi blu dell’azienda per la quale lavoravo come tanti piccoli mattoncini Lego in giro per il mondo.
Ma quando mi svegliavo da quel sogno, mi ritrovavo alla mia scrivania, con le mie ispirazioni personali sempre rimandate.
Ce n’è stata una, però, alla quale ho dovuto dare immediatamente sfogo. Ed è stato quando ho realizzato la mia prima bambola viaggiante. Era il 2017. L’avevo realizzata per me, per avere una compagnia, poiché avevo deciso di intraprendere quella piccola esperienza in solitaria.
Mi sono divertita ad immortalarla sulle più belle vedute del posto. Conservandone gli scatti, ed il ricordo, poiché decisi di lasciarla ad una cara amica conosciuta lì.
Hanno fatto seguito altre esperienze in tal senso. E da un certo momento in poi questo gioco inconsapevole ha acquisito un senso più profondo, in quanto mi ha supportato in un momento di profondo buio.
Nel 2020 i viaggi si fermano. Ma questa non è nemmeno la cosa più sorprendente che accade nella mia vita, in quando in quello stesso periodo sono diventata mamma, ed ho deciso di lasciare il mio lavoro.
Ho potuto in questo modo godere appieno della crescita di Francesco, giocandomi, insieme alla mia famiglia, la carta del “sogno”.
Da quel momento in poi le bambole hanno smesso di viaggiare intorno al mondo, per compiere un viaggio diverso, alla ricerca di se stesse. Cominciando ad assorbire i connotati delle persone che decidevano di averne una per sé.

Come spesso mi accade, le persone che incrocio sulla mia strada prima sono nomi e cognomi, poi qualche caratteristica e poi viene voglia di conoscere meglio chi c’è davvero dietro, e così accade che poi si finisce in una intervista, come questa. Di te ho visto principalmente le tue bambole. Che non sono “semplici” bambole, ma sono opere che raccontano storie. Come nasce una tua bambola?

Le mie bambole nascono innanzitutto dall’ascolto. Chiedo alle persone che ne desiderano una, di raccontarmi qualcosa a proposito di sé o della persona a cui è dedicata. Dopo l’ascolto ho necessità di prendermi del tempo per soffermarmi su ciò che è stato proferito, e per realizzare il mio esercizio di sintesi, dunque dal racconto ai potenziali dettagli. In questa fase realizzo anche un bozzetto che mi occorre da modello cartaceo per la realizzazione materiale della bambola. 
I momenti dello studio e della progettazione teorica possono essere molto più complessi del momento pratico, in quanto richiedono che vi sia la giusta concentrazione ed ispirazione. 

Hai uno stile molto particolare. Perché le tue bambole non hanno naso e bocca?

Lo stile delle mie bambole ha attraversato diverse fasi. Le prime non avevano le stesse sembianze di quelle attuali. 
Non ho mai riposto in queste caratteristiche una vera e propria intenzione. Son venute fuori così.
Però se ci rifletto, c’è una motivazione legata all’assenza della bocca.
Se guardi una persona, ti accorgi che questa può sorridere con la bocca, ma se provassi a coprirla, ti accorgeresti ugualmente anche dai suoi occhi se sia triste o felice.
Nei miei disegni, l’assenza della traccia della bocca, impedisce di attribuire loro uno stato d’animo ben preciso.
Ecco, credo che vorrei che ognuno ci veda quello che desidera. Credo che vorrei che le mie bambole fossero una compagnia per qualsiasi tipo di momento.
A me hanno fatto compagnia in momenti felici, ma mi hanno supportato soprattutto in quelli meno felici. 
Sono bambole che abbracciano qualsiasi stato d’animo, senza remore.

Torniamo al nostro caro. Vincenzo. Hai creato Sabrina, la bambola del Lavoro Ben Fatto. Con un progetto tutto tuo. Qualche tempo fa ho visto che faceva capolino nel libro un primo disegno. Ti confesso che mi sarebbe piaciuto creare una storia dove la protagonista è Sabrina… chissà forse un giorno…

Sarebbe bellissimo. Le mie bambole hanno questa precisa intenzione. Nascono da un racconto, e si “disperdono” per dare un prosieguo a quell’inizio, per continuare a raccontare storie.

Non voglio rubarti altro tempo. Per concludere ti chiedo se c’è qualcosa che vorresti aggiungere…

Desidero ringraziarti per il tempo che tu hai dedicato a me. Te ne sono davvero grata. 


Sono io che ringrazio Sabrina per essersi raccontata. Finalmente ho scoperto il “segreto” delle sue bambole. Mi rimane solo una cosa da fare per il mio caro lettore: se ti ho incuriosito puoi leggere la storia di Sabrina nel blog di Vincenzo Moretti. Ma ti consiglio di seguirla anche su Instagram, dove pubblica altre sue realizzazioni: https://www.instagram.com/sabrina.lettieri/

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